Dai fasti dell’A1 all’inferno della C2, trent’anni di basket per Sandro Billero, storico speaker di Olimpia e Pistoia Basket
Se arrivano “direttamente da Ponte alla Pergola” o dai Tafoni, c’è ottima possibilità che quei canestri finiscano tra le migliori azioni del match. Poi ci sono le metaforiche “botte né vetri” quando il palazzetto ribolle per una partita concitata, vissuta naturalmente a tutto “gasse”. Solo alcune parole di quel vocabolario della passione a spicchi che Sandro Billero ha coniato nei suoi “primi” trent’anni da voce del basket pistoiese. Festeggiati senza le emozioni che solitamente dal microfono sa scatenare sugli spalti, ormai vuoti da mesi. Ma sempre un traguardo importante, quello raggiunto con la prima presenza del 2021 mercoledì scorso per Pistoia Basket-San Severo, nonostante «lo speaker senza il pubblico ora sia più che altro un servizio interno» ci dice. Mentre lui, diciamo noi, l’ha sempre vissuto come uno spettacolo nello spettacolo.
Rivoluzionando il placido approccio alla voce narrante delle gare a bordo campo, che non solo a Pistoia fino all’alba dei ’90 era sui ritmi del «c’è da spostare una macchina». Definizione naturalmente sua, come tante altre nel corso di un’immersione tra chiacchere e ricordi dal suo studio di commercialista a Prato (condiviso tra l’altro con un ex simbolo del basket pistoiese come Daniele Giorgi). Lavoro tutto cifre e numeri ma che non ha tolto una virgola alla sua indole di paroliere, prestata alla causa dei canestri fin da quel 20 gennaio 1991 ed in maniera continuativa fino al novembre 2007.
Quando la lettera di addio al microfono («Lasciai per divergenze che negli anni si sono rivelate malintesi»), spinse il popolo baskettaro a petizioni social pro Billero richiamato quasi subito dalla Valentina’s Bottegone e poi anche dal Pistoia Basket per le “supplenze” all’attuale speaker biancorosso, Mirko Frati. «20 gennaio 1991, è stata quella la mia prima gara da speaker – racconta Billero – ci fu una specie di golpe. Gli Untoucheables volevano una nuova voce, un’anima che rispecchiasse quel vulcano traboccante di entusiasmo che era il palazzetto. Fu così che mi misero praticamente al microfono al posto del signor Magni (padre di Luca, altra voce e penna della pallacanestro cittadina come molte tra i “figli” del Cofax). Lui fu gentilissimo e mi spiegò alcune minuzie vocali e di regolamento, per esempio il fatto che i falli vanno chiamati dopo che si alza la paletta dal tavolo».
Era l’inizio di una nuova era. Quella che avrebbe portato generazioni di tifosi ad ispirarsi ai modi di dire di quel Mogol della palla a spicchi, ai nomi con cui ha ribattezzato campioni come “Joe The Show Binion” con uno stile che non passa certo inosservato. «Nessuno si è mai lamentato – dice – a parte in C2 quando con un bel parzialone dei nostri ragazzi, tra cui tanti amici come Parretti, Casalini e Santini, montai sul tavolo degli ufficiali di campo. Ma forse lì anche io mi sarei detto da solo che avevo esagerato». Perché Sandro Billero il suo “gasse” l’ha donato in A1, col palazzetto stracolmo, le stelle del campionato più bello d’Europa a tre passi, Ancillotto che sale in curva e bacia Bisin prima di portarci in Korac, Martina Colombari alla presentazione del campionato. Ma anche democraticamente e con la stessa passione alla C2 dopo la caduta agli inferi dell’Olimpia e poi seguendo i primi e più difficili anni della ripartenza.
«I miei modi di dire li ho riportati dall’America – dice -. Studiavo Scienze Bancarie a Siena, scelta proprio per il vecchio gemellaggio tra i tifosi locali con i Redskins, e passai un anno al college di Stanford per affinare l’inglese. Non è granché per il basket ma hanno comunque nel campus un palazzetto tipo il PalaEur di Roma sempre pieno. Vivono tutti gli sport come momento di aggregazione e io mi innamorai di questo. Prendendo le frasi dei loro speaker e pistoiesizzandole». Ecco quindi che il famoso tiro “From Downtown” può diventare “direttamente dal Ponte Calcaiola”, mentre nei “tre puntoni” o “sparecchiavo” si mescolano indole popolare e citazioni d’autore. Pane quotidiano di chi ha frequentato il bar Cofax, «quel frullatore di amicizia – dice Billero – intergenerazionale, trans-orientamento politico, trasversale a tutto. Ogni volta che incontro qualcuno del Cofax, è come se non ci fossimo mai lasciati».
Se in trent’anni lo stile Billero non è cambiato, è molto cambiato del mondo intorno alla sua scrivania a bordo campo. «Rispetto all’età dell’oro – dice – ora prevale molto la fisicità sulla tecnica. Abbiamo visto giocatori anche a Pistoia non dico con la pancetta ma quasi, con una visione di gioco che oggi non ha quasi nessuno. Ma soprattutto c’è più freddezza tra pubblico ed ambiente, forse per il venire meno dei proprietari mecenati che erano anche autorità delle città e facevano sentire il loro peso. Tutti i numeri del basket sono al ribasso rispetto a prima: ricordo quando De Michelis era a capo della Legabasket e firmò un accordo con la Rai di dieci miliardi di vecchie lire. Se pensiamo alle cifre di oggi, possiamo dire che è successo l’opposto di quello che è successo nel calcio».



