Le emozioni recenti sono quelle di domenica scorsa contro Venezia: ce le puoi descrivere?
Uniche, forti, intense. E’ stato tutto così incredibile perché se la prima poteva avere una logica la seconda ho tirato così come veniva ed è entrata. Lì è scoppiato il palazzetto e dopo la partita tutto il resto: messaggi, saluti, telefonate, complimenti che vanno girati a tutta la squadra perché abbiamo giocato una grande partita. Avevo già segnato, anche a Bologna, ma farle qui e contro i Campioni d’Italia è tutta un’altra storia. Babbo Stefano? Non mi dà consigli, sta nel suo e non mi influenza. Anzi, a dire la verità quella di domenica era la prima partita che è venuto a vedere…
C’è stata quella dedica a tutta la Curva: era generale o rivolto a qualcuno in particolare?
In primis a tutti i tifosi. E’ da lì che ho cominciato a girare l’Italia, con la Baraonda Biancorossa: indimenticabile il viaggio, di 10 ore, in pulmino fino a Brindisi per la finale dei playoff di LegaDue che, purtroppo, perdemmo. E poi anche per mio fratello Tommaso (play dell’Axa Montale in Serie C Gold, ndr) che sta lì in balaustra col megafono.
Un’escalation di emozioni che ti ha portato ad essere preso ad esempio come “orgoglio pistoiese”, un vanto per tutti di vedere quel ragazzo cresciuto qua che ora è arrivato in Serie A. Senti anche tu queste stesse sensazioni?
Ovvio che adesso è tutto molto bello e fa piacere: ho sempre ripetuto, in questi anni, che almeno una volta in carriera avrei voluto vedere il mio cognome scritto sul tabellone del palazzetto per una gara di A. Ci sono riuscito sia in quello vecchio, con le lettere cambiate di volta in volta, che in quello nuovo e quindi va bene. Però non ho ancora fatto niente e quindi c’è soltanto da lavorare sempre di più.



