Il PalaRadi è uno dei palazzetti meno appariscenti di questa serie A basket eppure uno di quelli che ha ospitato tantissimi campioni della palla a spicchi. E con l’arrivo di Sacchetti la cosa si fa ancor più interessante
Quello che sembrava un obbligo, in due anni si è ridimensionato a consiglio. Così anche a Cremona, come a Pistoia si può tirare un sospiro di sollievo visto che il PalaRadi era uno dei palazzetti su cui- al pari del PalaCarrara- pendeva la scure di una capienza inadeguata ad arrivare alla quota 5000 indicata dall’ex diktat federale.
Costruito negli anni ’80, l’ex PalaSomenzi, oggi PalaRadi (in memoria di Mario Radi, fondatore della Juvi Cremona Basket) è uno dei campi strutturalmente meno appariscenti della serie A. L’aspetto è quello di una palestrona, con il tabellone segnapunti attaccato al muro sul lato senza tribune e l’impianto ad oggi rimane di 3519 posti, pur ospitando due campionati di serie A. Quello di basket con la Vanoli e le ragazze di Casalmaggiore (campionesse d’Europa nel 2016 e per l’occasione in “trasferta” nel vicino e più grande palazzetto di Montichiari). Eppure nonostante una struttura piuttosto ordinaria, non solo è uno dei campi più temuti dal Pistoia Basket che dalla cadetteria alla serie A, ci ha passato diverse serate da incubo.
Su questo parquet, in dieci anni di serie A, Cremona (ex Soresina, trasferitasi poi nel capoluogo) ha conquistato tre partecipazioni alle Final Eight di Coppa Italia e due ai playoff. Certo c’è stata anche la retrocessione del 2017, tamponata col ripescaggio (dopo l’esclusione dal campionato di Caserta) a cui la società ha risposto con determinazione dando vita a quello che sembra un nuovo ciclo vincente dopo quello propiziato da Cesare Pancotto.
Che ha portato in meno di sue anni il club di cui la famiglia Vanoli resta proprietaria, con Gian Maria Vacirca (ex guru della Montegranaro lancia italiani una decina di anni fa) scuot, ad alzare il primo trofeo. La Coppa Italia vinta a Firenze qualche settimana fa, figlia della cavalcata della truppa biancoblù. Un mix di atletismo (con i vari Mathiang e Crawford), grinta (Ruzzier e Ricci) e talento (l’eterno Travis Diener) che suonano all’unisono la musica preferita di Meo Sacchetti, uno “Stradivari” del basket della capitale italiana del violino.
Il “sacchettismo” è un modo di intendere il basket, in maniera “differente”. E differente, non omologato e mai banale è il suo mentore, il Meo Nazionale, l’uomo che ha tolto la polvere sul passaporto internazionale dell’Italbasket e l’ha riportata al Mondiale 13 anni dopo l’ultimo viaggio. E che ora, dopo aver centrato la qualificazione, ha sulle spalle le difficili convocazioni per il viaggio estivo in Cina chiamato a scegliere tra le stelle che finora si sono limitate a complimentarsi sui social con quegli “operai” che con la nuova formula, hanno fatto il lavoro sporco.
Se il PalaRadi non è un tempio da cartolina, molti dei giocatori passati da Cremona sono stati e sono adesso uno spot per il basket (da Keith Langford a Troy Bell arrivando fino a quel Drew Crawford già in lizza per il premio di mvp del campionato). Con il Meo Nazionale, traghettatore di una squadra di cui sentiremo ancora parlare. Che dopo la Coppa Italia, punta ai playoff.
La location passa in secondo piano, se la musica è quella giusta.


