Nella serie A basket milita un giocatore che ha avuto il coraggio e la forza di continuare a giocare a pallacanestro nonostante la sua malattia: si chiama Chris Wright e merita solo applausi
Chris Wright è un giocatore di basket, ed è un campione, perché da anni scende in campo nonostante sia affetto da sclerosi multipla. Una malattia che non ha cura, con cui è costretto a convivere giorno dopo giorno, senza però rinunciare al suo sogno di essere un professionista e di fare della pallacanestro la sua vita. Domenica sarà al PalaCarrara con la maglia di Trieste e affronterà Pistoia da avversario, anche se per la sua vicenda meriterebbe la standing ovation di tutto il pubblico biancorosso. Classe ’89, playmaker originario di Bowie, nel Meryland, la sua è una storia di speranza, oltre che esempio per tutte quelle persone che quotidianamente si trovano a combattere con questa malattia
LA TERRIBILE SCOPERTA. Se per ogni persona scoprirsi malato può essere scioccante, figurarsi quando può esserlo per un atleta al suo primo anno da professionista. Nel marzo 2012 il giovane Wright, appena uscito da Georgetown University, scopre di essere affetto da sclerosi multipla. Il giocatore è in Turchia, gioca per l’Olin Edirne, ma alla fine di un normalissimo allenamento cade a terra perché un piede non lo aveva più sorretto. Pensa alla stanchezza, ma la mattina seguente, alzandosi dal letto, la situazione peggiora perché ha un forte dolore che parte dalla mano destra, poi passa a tutto il braccio, alla gamba e quindi all’intero lato destro del suo corpo. Si sente stanco e completamente senza forze. Uno shock, a cui seguono tanti esami con esiti negativi, fino a che la visita da un neurologo di Istanbul lo pone di fronte alla verità della sua malattia. Dopo quindici giorni di dolori lancinanti torna negli Stati Uniti per cercare una soluzione. I primi tre responsi sono lapidari e gli prospettano la fine della carriera agonistica. Wright però non si arrende e alla fine trova la dottoressa Heidi Crayton, un medico con cui inizia una cura che lo rimette in piedi nel giro di qualche mese.
LA RINASCITA E L’APPRODO IN NBA. Le cose iniziano ad andare molto meglio, la ripresa è totale e infatti a fine estate trova un contratto in D-League con gli Iowa Energy. In campo la malattia non è un limite, riesce a gestirla, tanto che i numeri sono da capogiro: gioca in media 36,8 minuti, segnando 16 punti con l’aggiunta di 6,7 assist e 4 rimbalzi a gara. Gioca talmente bene che viene chiamato in NBA, dai Dallas Mavericks, con cui scende in campo per tre partite. Una parentesi piccolissima, ma di fatto un sogno che si corona, oltre all’orgoglio di essere il primo giocatore affetto da sclerosi multipla a militare nel campionato più importante del mondo. La sua carriera poi prosegue tra gli Stati Uniti, Porto Rico e Francia. In Italia arriva nel 2015, quando Pesaro lo ingaggia il 2 gennaio 2015, affidandosi al suo talento per tentare di salvarsi. Il miracolo, l’ennesimo di Wright, riesce. L’amore per l’Italia è reciproco e dopo una brevissima parentesi in Israele ritorna per vestire la casacca di Varese. Poi la sua carriera prosegue con Torino, Reggio Emilia e in questa stagione tra le fila della neo promossa Trieste, di cui è il top scorer con 14,3 punti ad allacciata di scarpe.
LA CONVIVENZA QUOTIDIANA CON LA MALATTIA. Chris Wright gioca ad alto livello ancora oggi, seppur la malattia non lo abbia abbandonato. Dalla sclerosi multipla non si guarisce. Le cure e la medicina però hanno trovato validi strumenti per combatterla e permettere ai pazienti di convivere con questo male. Il playmaker di Trento ha accanto la moglie Erin e il piccolo figlio Chris Junior, insieme a loro porta avanti la sua battaglia personale, oltre che essere testimonial della lotta contro questa malattia e il fondatore della “Chris Wright Foundation”, una fondazione che aiuta i giovani colpiti da sclerosi multipla. Per continuare a giocare il regista americano segue una dieta ferrea, si allena e cura molto il suo corpo, soprattutto usa la testa e cerca di controllare le emozioni, come del resto si conviene ad un playmaker. E poi c’è la cura: si sottopone frequentemente ad esami clinici e una volta al mese assume il Tysabri, un sostanza che dovrà prendere per tutta la vita, le cui iniezioni durano due ore e lo costringono al riposo forzato per tutto il giorno successivo. Per lui prendersi alcune pause è fondamentale, del resto ha bisogno di più tempo rispetto agli altri per recuperare dalle partite e ogni tanto ha qualche giornata no, di quelle in cui i dolori lo fermano e non può allenarsi per la perdita di sensibilità negli arti. La maggior parte del tempo però la malattia è sotto controllo e lui continua a vivere il sogno che cullava sin da bambino: essere un giocatore di basket professionista, più forte del male, più forte della sorte e anche di molti avversari.



