Serie B, stop al campionato? Meini: «Importante l’opinione anche di chi va in campo»

La working class del basket italiano e l’appello di Meini: «Chiediamo che tutte le parti siano coinvolte in questo momento in cui si parla di quale sarà la fine del campionato e finora non è successo»

Come in ogni situazione d’emergenza, anche nel basket ai tempi del Coronavirus, il rischio che a pagare siano i più deboli o – parlando del mondo dorato dello sport – forse è meglio dire i meno forti, i meno ricchi, i meno potenti, c’è. Ed è bello grosso.

Se le grandi società ipotizzano perdite di milioni di euro per lo stop ai campionati, tanti club tra A1 e A2 tremano e vedono a rischio l’iscrizione al campionato, la situazione più delicata rischia di essere quella della “working class” della retina italiana.

L’esercito dei giocatori non professionisti (come lo sono quelli dalla A2 in giù) che giocano nei campionati nazionali. Che potrebbero trovare il loro “working class hero”, l’eroe, il simbolo della classe operaia cantato da John Lennon, in un volto molto conosciuto da queste parti. Guido Meini, pesciatino, attuale capitano di Montecatini dove è cresciuto cestisticamente e con cui ha vinto la B1, per poi riportare nella massima serie Pistoia.

Un ragazzo di 40 anni che rimane un cocktail di passione, impegno, grinta e professionalità senza pari. Un esempio, in campo e fuori, come ha dimostrato ancora una volta facendo suo il grido d’allarme che i capitani della serie B di basket hanno mandato, a nome di tutti i giocatori.

Consapevole che la sua popolarità da “special guest” della categoria, può essere un megafono per gli altri. Perchè nel documento dei capitani, non si parla di canestri, minutaggi, percentuali.

Leggendo tra le righe di chi chiede attenzione, coinvolgimento della Giba (il sindacato giocatori) in qualsiasi decisione, si leggono bollete, rate, mutui da pagare, famiglie da mantenere. Per questo Meini alza la voce e dice: «Come giocatori dovremmo interloquire con Lega Nazionale Pallacanestro e Federazione sempre, ma ancora di più in questa situazione. Tutti quelli che hanno voce in capitolo devono poterlo fare, per questo chiediamo che tutte le parti siano coinvolte in questo momento in cui si parla di quale sarà la fine del campionato. Ma finora non è successo».

Naturalmente il nocciolo della questione non è il lato sportivo che, «giustamente deve passare in secondo piano» dice Meini. La questione qui è il lavoro, il diritto fondamentale sul quale si basa la Repubblica Italiana. E che, in tanti settori, potrebbe essere un’altra vittima della pandemia da Coronavirus.

Tutto parte dal documento firmato da 46 società sulle 63 del campionato nazionale di serie B (tra loro non c’è Montecatini, unica contraria con Piombino nel girone toscano) che hanno chiesto la neutralizzazione del campionato.

Da lì prima i giocatori e poi gli allenatori hanno chiesto rispetto e coinvolgimento. «La richiesta è stata fatta a prescindere dalla posizione dei giocatori – dice Meini – è evidente che la gestione sia della società ma per chiedere l’annullamento del campionato, una decisione che coinvolge tutti, penso si debba chiedere l’opinione anche di chi va in campo. Ho sentito tanti giudizi in questi giorni: il risultato sportivo deve passare in secondo piano, ma ricordiamoci che quando si parla di sportivi, in ballo ci sono situazioni molto diverse.

A me piace parlare di cose pratiche: la mia situazione è pure diversa ma tanti giocatori di serie B mantengono famiglie e pagano mutui con il loro stipendio, che nel nostro caso non ha contributi perchè siamo dilettanti. Molti sportivi non guadagnano molto di più di un dipendente, può succedere ma sono pochi».

Meini è saldamente con i piedi per terra quando fa capire che, anche nello sport, soprattutto lontano dai riflettori della serie A, le conseguenze occupazionali di una situazione mal gestita possano essere gravi.

Stando ben attento a non confondere gli ambiti, che in tempi di emergenza sanitaria, vedono in prima linea medici, infermieri ed operatori sanitari. «Voglio essere chiaro – dice il play nato a Pescia, uno dei pochi ad unire sottocanestro le due parti del Serravalle – non siamo martiri, gli eroi e le persone sacrificate in questo momento sono altre. Sono quelle a contatto con questo maledetto virus ma non dimentichiamoci di noi. Quando dopo l’emergenza sanitaria, si tratterà di quella economica.

Tra l’altro ci tengo a dire che la mia società si è comportata in maniera diversa. Ha deciso di aspettare, di capire cosa sarebbe successo e cosa poteva succedere. Di questo la ringrazio».

Elisa Pacini
Elisa Pacini
Innamorata delle parole, che sono centrali nella sua “dolcemente complicata” vita professionale. In primis per raccontare il basket e lo sport, dalle colonne de Il Tirreno (con cui collabora dal 2003) alle pagine web di Pistoia Sport (che ha contribuito a fondare). E poi come insegnante di italiano agli stranieri.

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