Sordi a 360 gradi: «I due anni negli USA, il ritorno in Italia, la firma col Monsummano e il tirocinio con gli Herons…vi racconto tutto»
Un gol per scacciare la crisi. Questo il significato della rete realizzata da Emanuele Sordi nel match di domenica scorsa contro l’Alleanza Giovanile, sfida che ha permesso al Monsummano di tornare alla vittoria dopo un filotto di ben sei match in cui era mancato il successo. La marcatura dell’ex Signa ha aperto la gara contro la formazione di Dicomano, rivelandosi per l’appunto decisiva alla luce del 2-1 finale. Il cammino del classe ’98 in Promozione è iniziato questo inverno, dopo il ritorno in Italia dall’America. La storia di Sordi è per l’appunto molto curiosa, con due anni e mezzo passati negli States e, adesso, una doppia vita fra calcio e basket.
RINASCITA AMARANTO
Emanuele, partiamo dal successo contro l’Alleanza Giovanile, necessario per interrompere un periodo complicato…
«Esattamente. Esso non aveva avuto inizio col Pietrasanta quanto piuttosto col Pieve Fosciana. I biancocelesti, infatti, una volta cambiata guida tecnica non hanno mai perso, incontrare qualche intoppo era quindi legittimo; il match contro il Pieve Fosciana, invece, andava vinto. Pareggiare ci ha messo in crisi, e di fatto da lì ha avuto inizio un momento sfortunato. Con i lucchesi c’ho messo anche del mio sbagliando un gol abbastanza clamoroso, lo avessi segnato probabilmente avremmo ottenuto i tre punti senza troppi patemi d’animo. Ad ogni modo ci tengo a dire che il gruppo è sempre rimasto compatto e unito, raramente ho visto una risposta del genere da parte di una squadra in difficoltà a livello di risultati. L’entusiasmo non è mai calato».
Hai firmato col Monsummano a dicembre: chi o cosa ti ha spinto a vestire l’amaranto?
«In primis il diesse Fanucci. Già da parecchio tempo, infatti, lui aveva manifestato interesse nei miei confronti. Due anni fa, nello specifico, mi contattò chiedendomi di andare al Ponte Buggianese, offerta che dovetti rifiutare in quanto di lì a poco sarei partito per l’America. L’altro ammiccamento andò in scena nella passata stagione, quando a Natale tornai in Italia e, dovendo recuperare da un infortunio, chiesi e ottieni dal direttore la possibilità di allenarmi col Monsummano. Rimasi subito piacevolmente colpito dalla realtà amaranto, altro fattore che poi, durante questo inverno, mi ha spinto ad unirmi al gruppo di Matteoni. Come si è svolta la trattativa? Telefonicamente, anche perché comunicavamo a distanza di kilometri e kilometri trovandomi io negli States».
Il quinto posto dista cinque lunghezze…i play off sono dunque un obiettivo ancora alla portata?
«Assolutamente. L’ambizione primaria della dirigenza era quella di ottenere rapidamente una salvezza tranquilla, cosa che ormai è quasi fatta. Questo ci permetterà di disputare le ultime partite con la mente un po’ più libera, fattore che potrebbe aiutarci e spronarci a raggiungere un piazzamento ancor più prestigioso».
CAMBIO VITA
Veniamo alla parentesi americana: come mai hai deciso di andare all’estero?
«Tutto è iniziato con l’avvento del Covid. In Italia era chiaro che non si sarebbe potuto giocare a calcio con la facilità con cui lo si faceva prima, e per me questa era una grande privazione. Parallelamente, inoltre, ero entrato in contatto con un’agenzia che permetteva ai giocatori dilettantistici di trovare una collocazione in America tramite una borsa di studio comprendente anche un posto nelle squadre calcistiche dei vari college. Negli States, infatti, c’è la possibilità di avvalersi di questo sistema per cui giochi a calcio e studi per ottenere la laurea, portando quindi avanti un duplice percorso. Nel mio caso, sono andato lì per studiare l’equivalente di scienze motorie».
A livello calcistico, in che squadre hai giocato?
«La prima borsa di studio l’ho ottenuta in un college dell’Illinois, un posto un po’ sperduto devo dire, mentre invece la seconda l’ho presa vicino Atlanta, una delle realtà americane più aggiornate e sviluppate. Le squadre di cui ho vestito la maglia erano perciò quelle di questi due college. Praticamente lì funziona che mandano i video delle tue partite ai vari allenatori, che poi in base alle proprie esigenze decidono se prenderti oppure no, considerando anche tutto ciò che riguarda il filone degli studi. Diciamo che l’organizzazione è un po’ diversa, l’ambiente calcistico è per l’appunto gestito da manager che non si occupano solo di campo».
COME BACK
Poi la decisione di tornare in Italia…
«Devo ammettere che ha influito molto l’amore nei confronti della mia ragazza, rimasta in questi due anni e mezzo nel nostro paese. Tornando a casa, mi sono però portato dietro un bagaglio importante. Negli USA ho infatti preso una laurea e imparato due lingue, lo spagnolo e l’inglese. Anche a livello calcistico sono cresciuto molto. Lì, ad esempio, giocano calciatori di qualsiasi nazionalità, dai sudamericani, agli europei fino a quelli autoctoni. Un mix di culture del genere ti apre la mente. Per non parlare poi di ciò che riguarda l’intrattenimento. Per gli americani lo sport ad ogni livello dev’essere uno show, è per questo che anche le squadre dei college vantano un tifo enorme. Ho un ricordo in particolare che rende bene l’idea di quanto sia diversa la loro concezione in tal senso».
Cioè?
«In pratica ogni squadra è solita mettere una gigantografia del proprio giocatore più rappresentativo fuori dallo stadio, e quest’anno era toccato a me. Un po’ come se fuori dallo “Strulli” ci fosse un mio poster gigante…follia. Per loro però è normale: anche all’interno del college, ad esempio, la gente mi guardava in modo diverso riconoscendomi, tutte cose che ovviamente qui in Italia, almeno fra i dilettanti, non succedono».

DAL CALCIO AL BASKET
Per quanto riguarda invece gli studi, sei diventato uno Sport Performance: cosa significa?
«In Italia la mia figura viene associata a quella del personal trainer, anche se non è propriamente la stessa cosa. Negli Stati Uniti lo Sport Performance è piuttosto un istruttore che si concentra soprattutto sulla forza e va a lavorare su quelle cose che durante gli allenamenti di squadra vengono tralasciate. I miei clienti, infatti, sono soprattutto atleti che decidono di curare la propria tenuta fisica anche al di fuori dell’orario di allenamento canonico, come ad esempio fanno quasi tutti i calciatori di Serie A».
E questo lavoro ti ha portato ad entrare nello staff degli Herons: dal calcio al basket quindi…
«Confermo. Agli Herons sto facendo un tirocinio affiancando il preparatore atletico Alessandro Miotti. Questa per me è un’esperienza molto formativa poichè non avevo mai lavorato con cestisti. Il basket, però, è una mia grande passione, anche durante il soggiorno americano andavo a vedere l’NBA. Quando si è presentata quest’occasione, quindi, ho colto la palla al balzo con entusiasmo. Differenze fra allenare un giocatore di basket e uno di calcio? Se parliamo di lavoro coi pesi, ad esempio, non ce ne sono; per quel che riguarda invece le cose che si provano in campo la situazione cambia. L’intensità che c’è in una partita di basket è diversa rispetto a quella che c’è in un match di calcio, e questo è un fattore che durate la preparazione fisica va assolutamente considerato».
Ultima domanda secca. Emanuele, calcio o basket?
«Non ho dubbi…scelgo il calcio».


