25 maggio 1995. Vincenzo Esposito firma con i Toronto Raptors per la sua prima e ultima stagione in NBA: «Il coronamento di un sogno»
La sua non era certo una valigia di cartone. Non solo perché quando “salpò” alla scoperta dell’America, dopo la firma con i Toronto Raptors il 25 maggio 1995, venticinque anni fa esatti, Vincenzo Esposito era già il Diablo.
Il ragazzino di Caserta, figlio “adottivo” di quel presidente illuminato che per Terra di Lavoro è stato Giovanni Maggiò, lanciato da Boscia Tanjevic in prima squadra a 15 anni, aveva già contribuito a spingere a suon di canestri le attenzioni del basket italiano a sud di Roma.
Non solo. Aveva messo paura alle grandi del Nord che con i loro sponsor altisonanti, i nazionali di mezzo mondo e gli allori in bacheca, davanti alla Phonola delle meraviglie tremavano. Aveva conquistato una Coppa Italia, uno scudetto (il 29° anniversario è stato ricordato qualche giorno fa, il 21 maggio) e portato quella squadra “made in Caserta” (che Franco Marcelletti aveva impostato sui gioielli di casa, Esposito e Gentile) a finali italiane ed internazionali.
Aveva già una bella valigia di punti, tra triple, tiri pazzi, baci appassionati a quel canestro che difficilmente gli resisteva, quando da Caserta salì a Basket City nell’estate del 1993. Ma dopo due anni da idolo della Fortitudo, quello “sfacciato scugnizzo che sembra venuto al mondo per essere amato dalla gente in blu” (lo definisce così Enrico Schiavina nella “Bibbia” dei derby bolognesi, “Cugini Mai”), si presentava all’Nba con un bottino di punti già oltre le quattro cifre nel campionato italiano. In poco più di 10 stagioni, a 26 anni, aveva già segnato quasi 5000 punti, portando la Effe per due volte ai playoff, litigando per la prima volta alla Virtus il dominio di Bologna, inaugurando il periodo d’oro di Basket City.
Eppure il salto in Nba, nonostante avesse dietro gli scuot dei Cleveland da mesi, non era uno scherzo. Erano gli anni in cui gli europei, erano pochi e guardati con sospetto nonostante il genio di Drazen Petrovic (l’idolo del Diablo) e la solidità di Vlade Divac, avessero costretto gli americani ad accorgersi che c’era vita e c’era basket anche Oltreoceano. Oltrettutto il lockout del l’Nba, nel 1995, cambia le carte in tavola ed Esposito invece che dirigersi a Cleveland, finisce a Toronto.
È comunque il primo italiano a firmare nel campionato americano e il primo giocatore dei neonati Raptors. Toronto è l’unica squadra canadese di Nba, votata all’hockey su ghiaccio ma ha una città con una delle più grosse comunità italiane del Nord America. Le 6 pagine di Esposito sull’elenco del telefono, lo aiutano ad ambientarsi.
«Il contratto triennale con Toronto – ci aveva detto Esposito nel ventennale del suo esordio in Nba (avvenuto il 15 novembre 1995), celebrato da coach del Pistoia Basket primo in classifica – per me è stato il coronamento di un sogno che avevo fin da bambino. Ero un ragazzo di Caserta, con fisico normale, figlio di genitori normali che giocava in Nba, il campionato delle stelle, quello che si vedeva soltanto in tv. Ci sono tanti ricordi di quell’esperienza ma il più vivo rimane il momento della firma a Toronto. Era la conclusione di una favola».
«II primo giorno mi portarono al 35° piano della CN Tower col pavimento di cristallo e me la facevo sotto» ci ha raccontato pochi giorni fa nell’esilarante diretta web dalla sua quarantena bresciana. Intervista in cui ci ha confidato, lui il Diablo che guarda sempre avanti, che si rialza sempre dopo le cadute, che uno dei suoi rimpianti è stato proprio «non aver avuto pazienza e restare un altro anno in Nba». La saggezza del coach si scontra con l’estro spontaneo di quegli anni in cui nemmeno un transatlantico avrebbe contenuto la pazienza necessaria per reggere i meno di 10′ di media a gara.
La sua Nba è una stagione da montagne russe, la canotta rossa dei Raptors col 4 sulla schiena un cimelio che ancora oggi sbanca il mercato del vintage. Stefano Rusconi gli soffiò il primato assoluto dell’esordio del tricolore nel campionato americano, ma Enzino si prende quello del primo realizzatore. Un tiro libero contro gli Houston Rockets campioni in carica, lo porta dritto ancora una volta nella storia italiana di questo sport.
Le sfide ai grandi un ricordo da batticuore, le visite dei genitori da Caserta con la mamma che si stupisce per l’autobus che va fin dentro al palazzetto per prendere Michael Jordan appena uscito dallo spogliatoio, un’istantanea di autenticità unica. E poi c’è la notte del Madison: aprile 1996, i Raptors contro i Knicks, la sua “prima” volta nel tempio del basket della Grande Mela dove si arriva in campo percorrendo i corridoi con i mega poster dei concerti di Frank Sinatra, dei cazzotti di Mohamed Alì e dei concerti dei Queen. Davanti ad un’altra bella truppa di migranti italiani che avevano messo le radici a New York, Enzino vive l’apice della favola. 18 punti con 6/8 da tre in 30′. «Per me fu una grande serata realizzativa – dichiarò in un altra sua intervista – ma comunque perdemmo di 20». C’è poco da fare, parlare di sue sconfitte al Diablo, non è il modo migliore per ricordargli che comunque ha fatto la storia. La sua e la nostra.



