Lo Squalo Nibali dice basta: l’addio di un campione unico nel suo genere

Vincenzo Nibali dirà basta a fine stagione: ripercorriamo una carriera da leggenda che lascia un grande vuoto nel ciclismo italiano

Prima o poi tutte le belle storie finiscono, anche se fa male vederle agli sgoccioli. Che Vincenzo Nibali fosse prossimo ad appendere la bici al chiodo lo sapevamo, nonostante la speranza che tale giorno arrivasse il più tardi possibile. Un corridore come Lo Squalo, nato a Messina quasi 38 anni fa ma pistoiese d’adozione, mancherà e tanto in gruppo.

È IL MOMENTO GIUSTO PER LASCIARE?

Che sia il momento giusto per lasciare? Non ci sarà mai una filosofia esatta sul tema ritiro. C’è chi dice che tanto vale farlo nel punto più alto della carriera. Chi invece quando ci si rende conto di non poter più toccare certi livelli. Oppure c’è chi ama ripetere la massima forse più usata (e talvolta abusata) “Bisogna smettere quando non ci si diverte più e non si ha più motivazione”. Probabilmente potrebbe essere questo il caso dello Squalo. Le motivazioni è vero che non gli mancherebbero mai, tuttavia è indubbio che le possibilità di collezionare successi e di recuperare da scivoloni e giornate storte, come quella dell’Etna di martedì scorso, siano sempre più ridotte.

Una generazione come quella di ora, con tra gli altri gli sloveni Pogacar e Roglič a far la voce grossa nei Grandi Giri e i fenomeni da Belgio e Olanda Van Aert e Van der Poel nelle Classiche, è assai difficile da battere. Vincenzo ci ha fatto innamorare soprattutto con le sue rinascite, arrivate dopo giornate sfortunate o delusioni giunte all’improvviso, ma in un’epoca ricca di così tanti giovani affamati trovare spazio è oramai una missione ai limiti dell’impossibilità. Anche se fin dall’inizio della carriera lo Squalo ha adorato smentire tutte le critiche o pensieri del tipo “Il suo ciclo è già finito”.

LA DISCESA: IL FONDAMENTALE BENEDETTO E MALEDETTO

Sarebbe fin troppo facile parlare di Nibali solo per le sue vittorie. Basterebbe dire che è entrato nel club dei vincitori di tutti e tre i Grandi Giri come solo altre sei leggende prima di lui: Anquetil, Hinault, Merckx, Gimondi, Contador e Froome. Basterebbe poi aggiungere che è tra i pochi ad aver trionfato in due Classiche molto diverse come percorso: Lombardia (due volte) e Sanremo, in cui si è avvantaggiati se si è passisti nella prima e velocisti nella seconda. Lo Squalo invece ha saputo trionfare in entrambe sfruttando uno dei fondamentali su cui è tuttora fra i migliori: la discesa.

Fare la differenza sulle pieghe a quasi 100 all’ora è sempre stato pane per i suoi denti, anche se è proprio durante una picchiata che Nibali ha raccolto una delle delusioni più cocenti in carriera: l’Olimpiade di Rio 2016. In quell’occasione Vincenzo era tra i primissimi ed in discesa, ad una quindicina di Km dal traguardo, stava provando l’affondo decisivo. L’oro sembrava vicino, sino ad una maledetta curva in cui ha toccato il marciapiede ed ha perso tutto. Un rammarico che Nibali ha provato a vendicare a Tokyo lo scorso anno, senza però il tracciato e la condizione giusti. Forse è proprio in Giappone che lo Squalo ha iniziato a pensare che il tempo sulla bici stava per scadere. D’altronde ha sempre amato dire: “Sarà per la prossima”, ma per le Olimpiadi di Parigi, quando avrà 40 anni e con un percorso fuori portata per lui, era troppo tardi.

IL RAMMARICO NEL MONSONE DI FIRENZE

Nibali è sempre stato unico proprio per la capacità di rialzarsi e saper dare tutto, anche senza passare per primo all’arrivo. Un esempio palese è senza dubbio il Mondiale di Firenze 2013. Lo Squalo, che già aveva vinto una Vuelta e un Giro, ci arrivava fra i principali sospettati. Avrebbe dovuto fare la differenza sulla salita di Fiesole e poi cercare una delle sue solite discese fulminanti. Il monsone che si scatenò quel giorno (e che chi scrive prese interamente proprio a Fiesole con alcuni amici per ben quattro ore) ed una caduta a tre giri dal termine complicarono ulteriormente il compito.

Vincenzo tuttavia, insieme all’altro ritirato eccellente del 2022, Giovanni Visconti, fu tra gli eroi della corsa. La sua azione sulla salita di Fiesole esaltò tutto il pubblico, zuppo di pioggia ma felice di assistere ad una simile zampata di classe. Mancò solo la freschezza, persa per ricucire il tempo perso per la caduta, per avere il lieto fine. Il portoghese Rui Costa (era destino che a Firenze trionfasse un cognome simile), si vestì con l’arcobaleno davanti all’iberico Rodriguez (che fece imbufalire Valverde, giunto terzo davanti a Vincenzo in volata). Il quarto posto comunque valse come una vittoria. Quel tentativo di ribellarsi ad una sorte infame fu solo il primo episodio in cui Nibali diede sfoggio del suo immenso cuore.

LE CRITICHE ZITTITE NEL 2015 E NEL 2016

Ulteriore esempio è il Tour 2015, l’anno dopo il trionfo storico sugli Champs-Elysées. Nibali, vestito per la seconda volta col Tricolore, era già fuori classifica ad inizio della seconda settimana. Lui, per rispondere alle svariate critiche che l’accusavano di essersi vestito di giallo nel 2014 solo per alcune casualità (come il ritiro di Froome), vinse una delle tappe regine di quell’edizione: l’arrivo sulle Alpi a La Tussuire, grazie ad una fuga solitaria di 50 Km. Una zampata di classe che gli permise di potarsi ad un soffio dal podio finale, zittendo gran parte delle critiche. 

Un altro capolavoro, con la forte complicità del compianto Michele Scarponi, lo firmò l’anno dopo, quando vinse il suo secondo Giro d’Italia. Vincenzo, a poche tappe dall’arrivo, pareva destinato ad un piazzamento anonimo, per quel periodo, tra i primi cinque. A tre frazioni dall’arrivo a Torino tuttavia, complice la caduta della Maglia Rosa Kruijswijk, con l’Astana trascinata dallo stesso Scarponi in suo aiuto, lo Squalo riuscì a far saltare il banco sul Colle dell’Agnello prima ed a Sant’Anna di Vinadio poi. Sul podio di Torino, con 52” su Esteban Chavez, in Rosa si vestì lui. A distanza di anni probabilmente uno dei più bei Giri d’Italia della storia. Di certo, purtroppo temo per tanto tempo, l’ultimo vinto da un italiano.

IL MORSO DEL 2019

Altro grande riscatto arrivò in maglia Bahrain – Merida al Tour 2019, corso senza speranze per la Gialla dopo un Giro sfumato per la troppa tattica con Roglič che favorì la fagianata di Carapaz. Nella diciottesima tappa di quell’edizione della Grande Boucle riuscì ad azzeccare la giusta fuga e andò a vincere con un’azione solitaria a 10 Km dal traguardo di Val Thorens. Una giornata benedetta che vendicò, seppur in parte, non solo il Giro amaro. Nel 2018 infatti c’era stata la giornata più assurda della sua carriera: sulla scalata all’Alpe d’Huez il gancio di una macchina fotografica di uno spettatore lo fece cadere fratturandogli una vertebra. L’incidente più assurdo ed amaro della carriera lo privò del sogno di insidiare il dominatore Chris Froome. Un rimpianto ancor più grosso pensando che Nibali in quel 2018 pareva effettivamente il rivale più in forma per insidiare l’anglo-keniota.

NIBALI AVRÀ ANCORA SPAZIO PER TOGLIERSI SODDISFAZIONI?

Anche questi ultimi anni funestati dalla pandemia (col covid che l’ha colpito ad inizio di questa stagione complicando la sua preparazione) sono stati ricchi di spunti dello Squalo senza tuttavia l’acuto finale. Tra gli episodi in cui Vincenzo ha dato nuovamente sfoggio della sua classe c’è stato l’ultimo GP Industria & Artigianato, dove ha saputo recuperare mezzo minuto di svantaggio dagli inseguitori sulla discesa di Lamporecchio. All’ingresso a Larciano però una manciata di corridori, fra cui il trionfatore Diego Ulissi, hanno avuto più freschezza. Lo Squalo, ancora in recupero post covid, si è dovuto accontentare di un piazzamento in top 10.

Una prova che, in determinate giornate, Nibali può ancora riuscire a recitare una parte importante, seppur quasi mai da protagonista. Proprio questa consapevolezza è stata tra i fattori della decisione di ieri. Qualcuno, come Riccardo Magrini, spera ancora che forse possa ripensarci, tuttavia va comunque detto che lo Squalo va in pensione nel momento giusto. Non capiteranno infatti tante edizioni (si spera) del Giro come questa in cui le nuove leve, tolti Van der Poel e lo stesso Carapaz, siano a riposo per il Tour. Lo spazio dunque per una nuova recita da protagonista c’è eccome. Lo meriterebbe vista la sua carriera, impreziosita sì dalle vittorie imperiose, ma anche dalle affermazioni più piccole che erano molto più grandi per le circostanze in cui erano sorte.

NON CERCHIAMO IL NUOVO NIBALI

Proprio in questa caratteristica la storia dello Squalo è stata unica e l’augurio è che ne arrivi una appassionante come la sua. Smettiamola di pensare “Ci manca il nuovo Nibali, perché è sempre un obbrobrio pensare che debbano esserci riproposizioni di vecchie vicende. Basterebbe solo averne nuove, ed in Italia, Ganna ed il settore femminile a parte, per adesso non se ne vede nemmeno l’ombra. Senza dubbio è questo ciò che spaventa di più. Auguriamoci che, seppure le due ruote di oggi siano sempre più i monopattini elettrici, prima o poi ne giunga una nuova. Vivremo parecchie salite e discese del Giro e del Tour pensando “Manca lo Squalo” più o meno come Montale sentiva la mancanza della sorella scomparsa in una sua bellissima poesia, ma prima o poi quel vuoto lo colmeremo, almeno in parte. Solo che come lo Squalo non ci sarà più nessuno.

Edoardo Gori
Edoardo Gori
Classe 1993, laureato nel 2018 in Scienze Politiche. Sviluppa la passione per lo sport in tenera età grazie alle discese fra i pali stretti di Tomba ed alle scalate sui monti italiani e francesi di Pantani. Nel mezzo, consapevole del cammino impervio che l'attende, inizia i suoi due grandi culti: l'Inter e la Ferrari. Ha due grandi sogni impossibili (o quasi): Leclerc campione del Mondo ed i Titans al Super Bowl.

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