Ripercorriamo la storica carriera di Vinicio Vignali, per 30 anni fisioterapista prima dell’Olimpia e poi del Pistoia Basket
Quando tre anni fa Pistoia Sport ha provato a mettere in mostra un secolo di sport pistoiese, nel centralissimo e suggestivo ex conservatorio di San Giovanni, i pezzi unici esposti sono stati tanti. Tra quelli baskettari, molti sono venuti dallo studio-museo di Vinicio Vignali. Come quelle due maglie, non per nulla già incorniciate dallo stesso proprietario, che spiccavano nella cronistoria sportiva della città. Da una parte il 4 della Madigan di Davide Ancillotto, dall’altra il 4 della Mabo del Diablo Vincenzo Esposito. Roba introvabile che, naturalmente, Vinicio Vignali ha avuto dalle mani stesse dei campioni che l’hanno portata in campo. Come le altre decine di maglie appese con dedica in quel rifugio che, per generazioni di giocatori, è stato il suo studio.
Potrebbe bastare questo per far capire cosa vuol dire per la Pistoia baskettara, il saluto di Vinicio Vignali. Convinto, anzi quasi costretto (ci ha detto al telefono emozionato) dal suo medico ad una decisione non certo presa a cuor leggero. Che non appena è stata comunicata dal Pistoia Basket, ha smosso verso lo storico fisioterapista biancorosso un fiume di affetto. Lui che dopo aver conquistato l’A1 con l’Olimpia, era ripartito col Pistoia Basket dalla C2, accompagnandola nella nuova scalata. Sono cambiati allenatori, giocatori, anche presidenti ma Vinicio è rimasto il vero “untoucheables” in via Fermi. L’intoccabile.
Poi il mondo si capovolge, causa pandemia mondiale. Lo sport riparte, con tanta confusione e tanti problemi. E Vinicio dice stop. “Devo pensare alla salute” ci ha detto alludendo ai rischi dello sport ai tempi del Covid 19. “Ma se devo dire che sono contento, dico che non lo sono affatto e mi manca già tutto quello che ho fatto negli ultimi 30 anni. Le partite, gli allenamenti…”.
Le sedute extra ad ogni ora pur di accudire i muscoli dei suoi campioni. Le confidenze. Gli sfoghi raccolti senza chiedere nulla, senza fare domande. Con quella dedizione che probabilmente gli viene dalla sua prima vita lavorativa, 25 anni da infermiere al Cto di Firenze. “Se mi sento un punto di riferimento – gli avevo chiesto nell’estate 2019, intervistandolo come reduce della rivoluzione interna al Pistoia Basket – se lo dicono mi fa piacere. Io ho sempre cercato di accontentare tutti, facendo il mio lavoro, senza chiacchere. Se loro non dicevano, io non chiedevo nulla. Sono contento che ancora molti mi cerchino”. Allergico a microfoni e taccuini, gli avevo estorto qualche perla. Nulla in confronto al manuale sul basket pistoiese dal ’91 ad oggi che potrebbe scrivere lui. E che spiega quanto sia difficile pensare che Vinicio Vignali sia “uscito dal gruppo”.
L’amicizia con Cesare Pancotto e con i ragazzi di quella Kleenex con cui si innamorò del basket, la sanno tutti. Gli scherzi di Lanza in ritiro, la complicità con Crippa e il resto della banda. La stima per Dule Vujosevic pure e per quel gioiello che il coach slavo aveva lucidato in tutto il suo splendore nei mesi pistoiesi. Davide Ancillotto naturalmente. “In quella mitica partita con Roma – ci aveva detto Vinicio – Davide aveva già sbagliato 3- 4 tiri. Si girò verso Dule e gli disse “Coach, mal di testa”. Lui inflessibile, lo chiamò. “Allora vieni panchina”. Dopo 5’ Ancillotto volle rientrare. Il resto lo sanno tutti. Fece un partitone e alla fine saltò in curva a baciare Bisin”.
La venerazione per Enzo Esposito, altro punto debole dell’orso dei canestri pistoiesi. “Esposito è uno scherzo della natura – ci aveva detto – quando era qui da giocatore, intorno a Natale scese giù dai suoi e torno su con qualche “petardino” preso a Caserta. Li scoppiò nel parcheggio. Ricordo che il vecchio custode, il compianto Francesco, si arrabbiò molto”. Toppo e Cortese che ci parlano delle pizze alla fine dell’allenamento, i riti scaramantici e quel “salutami Vinicio” ripetuto da ogni ex intervistato in questi anni.
Roba che nel gelo umano, necessario anche nello sport ai tempi della pandemia, scalda il cuore. Anche se con il saluto di Vinicio, si incrina un altro pezzo di quel basket romantico già in crisi prima che il Covid scombullasse tutto.



