Storia e carriera del nuovo centro dell’Openjobmetis, dalle 422 presenze in NBA all’arrivo alla corte di Scola e Bialaszewski
L’approdo di Willie Cauley-Stein in Italia, a Varese, è stato senza dubbio una delle sorprese di quest’estate. Anzi, potremmo dire che si tratta del vero e proprio colpo di scena dell’ultimo mercato. Questo perché l’arrivo di un giocatore da 422 presenze in NBA sembra riportare il basket italiano, almeno con la memoria, ad anni più fastosi e memorabili: quelli in cui veri e propri alieni atterravano nel Paese con l’aura di semi-divinità.
Ed in effetti, nel caso del neoacquisto varesino, è difficile non vederla in quest’ottica: sia per i suoi 213 centimetri, sia per i tatuaggi che ricoprono la totalità del suo corpo, sia per quel curriculum che, lì per lì, ti porta a domandarti cosa ci faccia qui, nel campionato italiano. Stiamo parlando, tanto per cominciare, della sesta scelta assoluta all’NBA Draft del 2015: davanti a lui, gente del calibro di Karl Anthony-Towns, D’Angelo Russell e Kristaps Porzingis. Dietro di lui, invece, la futura star Devin Booker ed i futuri campioni NBA Bobby Portis e Kevon Looney. Altra curiosità: Towns e Booker erano suoi compagni di college alla Kentucky. Quando si dice un’ottima annata.
L’INIZIO E LA PARABOLA DISCENDENTE
A sceglierlo, in quell’anno, sono i Sacramento Kings, con l’intenzione di dare un cambio di livello all’allora uomo franchigia DeMarcus Cousins (anche lui, guarda caso, prodotto di Kentucky). Ed in effetti, in California, Cauley-Stein vive quattro anni in crescendo anche grazie alla successiva partenza di “Boogie” in direzione New Orleans, avvenuta a febbraio 2017. La carriera sembra arrivare ad una svolta, con una delle tante decisioni controcorrente del nativo di Spearville nel Kansas: rinuncia ai 9 milioni offerti dagli Charlotte Hornets per firmare al minimo salariale con i Golden State Warriors.
Gli infortuni d’inizio anno, compreso il suo ad un piede, compromettono da subito la stagione, che si chiuderà poi come la peggiore della blasonata franchigia dall’inizio degli anni 2000. Ha così inizio, dopo i fasti di Sacramento, la parabola discendente per un giocatore che sembrava avere davanti a sé una bella carriera. Anche nella nuova avventura ai Dallas Mavericks, ci si mette di mezzo lo scoppio della pandemia: Cauley-Stein, con la compagna Kelsey incinta della loro prima figlia, decide di interrompere anzitempo la stagione e non entrare in quella che passò alla storia come la “Bolla di Orlando”.
LA SCELTA DI VARESE
La storia di Willie “Trill” mostra più di tante altre come la vita sia soprattutto un insieme di scelte che la determinano. Come il giorno in cui decise di aggiungere legalmente il cognome Stein a quello paterno Cauley per onorare la mamma e i nonni materni, che lo avevano cresciuto da soli dopo l’uscita di scena del padre dalla sua esistenza. O come quando, nonostante avesse ottenuto una borsa di studio per il suo talento nel football, decise di dedicarsi al basket, lo sport che amava più di tutti e a cui avevano giocato entrambi i genitori.
Fino ad arrivare all’oggi, o meglio allo scorso 31 luglio quando è stato ufficializzato il suo arrivo a Varese: il grande salto dall’America all’Europa, salutato con entusiasmo e, ancora una volta, come una scelta assolutamente voluta e ponderata.
«Sono stato catturato dall’idea tattica con cui viene giocata la pallacanestro (in Europa, ndr)», queste le sue non banali parole al momento delle presentazioni. «Qui è completamente diverso dal continuo uno contro uno della NBA, dove i giocatori non pensano ad altro che a riempire le loro statistiche. Qui ogni partita e ogni possesso sono fondamentali, in NBA le gare di regular season sono tutte uguali».
Domani l’Estra Pistoia si ritroverà davanti a questo gigante del parquet, pronto a trovare riscatto nella sua prima stagione nel vecchio continente. Possiamo dire, dopo averlo visto giocare in Champions League, che Varese e il basket italiano hanno fatto un grande acquisto. Vedere per credere la partita contro l’FMP Belgrado, chiusa con doppia doppia da 13 punti e 10 rimbalzi e 6 stoppate. Un biglietto da visita che ha lasciato tutti a bocca aperta.



