Vincenzo Nibali ha appeso la bici al chiodo al Lombardia senza l’acuto conclusivo. Ciononostante lascia col rispetto di un mondo intero
Vincenzo Nibali non aveva bisogno dell’ultimo ballo per lasciare da grande. Ieri a Como lo Squalo voleva regalarsi un sogno: chiudere da vincente, seppur con i tanti campioni pronti alla partenza. Un sogno che Nibali ha cullato sino a 20 Km dall’arrivo, quando è entrato in azione Tadej Pogačar e il Giro di Lombardia ha imboccato la strada della Slovenia. E così Vincenzo, insieme ad un altro maestro delle due ruote come Alejandro Valverde, lascia come un altro grande sportivo degli ultimi tempi, Roger Federer: senza l’ultimo acuto ma con tutti i suoi rivali migliori accanto ad applaudirlo. Un addio così solo le leggende possono meritarselo.
NIBALI NON PUÒ AVERE RIMPIANTI
Nibali aveva annunciato il ritiro lo scorso maggio, poco prima del trittico siciliano durante il Giro d’Italia. Da allora lo Squalo ha provato a regalarsi un ultimo morso, anche solo per dimostrare che avrebbe lasciato in un ottimo momento di forma. Non ci è riuscito non tanto per il percorso ormai diretto sul viale del tramonto, ma per il grande livello raggiunto dal ciclismo, sempre più mondiale e con sempre più pretendenti agli scettri più prestigiosi.
In una carriera così stellare, se proprio dobbiamo, possiamo trovare un unico grande rammarico, come ha ribadito anche Davide Cassani: la maledetta estate brasiliana del 2016. A Rio Nibali avrebbe strameritato l’oro olimpico, ma una maledetta caduta ad una dozzina di chilometri dal termine spense il sogno. Lo Squalo si dimostrò un grande anche nella sconfitta, senza accampare scuse e dando appuntamento a Tokyo quattro anni dopo, sapendo già che sarebbe stata quasi una chimera (la pandemia e l’anno di rinvio hanno poi fatto il resto). Vincere un evento internazionale di un giorno, come un’Olimpiade o un Mondiale, non gli è riuscito, ma solo per sfortuna o meriti altrui. E comunque pesare le mancanze è fare un torto inconcepibile.
Lo Squalo infatti ha vinto in ogni modo possibile. Da favorito, come nel Giro 2013, da possibile protagonista, come nel Tour 2014, da favorito ad un passo dall’anonimato, Giro 2016, e da outsider, come nella Sanremo 2018. Il siciliano, cresciuto ciclisticamente a Pistoia con la Mastromarco, che ha già inserito da alcuni anni il suo nome nel titolo sportivo, ha saputo farsi amare in qualsiasi circostanza, gioiosa o rabbiosa che fosse.
L’UNICA COSA CHE SPAVENTA È IL FUTURO DEL CICLISMO AZZURRO
L’unico aspetto che adesso incute qualche timore è il futuro. Non tanto il suo, che avrà in un modo o nell’altro le due ruote ancora al centro della sua vita, quanto quello dell’intero movimento. Dopo di lui infatti, tolto l’uomojet Filippo Ganna (non a caso soprannominato Top Ganna) fresco di Record dell’Ora, non si vedono grandi eredi. Forse Vincenzo c’aveva abituati troppo bene per renderci conto che dietro di lui ci fosse un serio problema per le corse a tappe. Anche quest’aspetto dice tanto su cosa sia stato Nibali per il ciclismo azzurro in questo decennio.
L’augurio è che il suo esempio, da seguire sia che si vinca sia che si perda, possa far germogliare in un futuro prossimo un nuovo talento azzurro. Per il momento godiamoci Ganna, celebriamo Nibali, riorganizziamo quelle fasi, come il salto da Under 23 a Professionisti, divenute sterili nel nostro movimento e aspettiamo. Prima o poi le generazioni offriranno nuove storie a tinte azzurre di cui innamorarsi. L’importante sarà evitare di cercare il “nuovo Nibali”: abbiamo bisogno di nuovi campioni, non di nuovi Squali. Uno così è già passato, e nessuno potrà mai sostituirlo.



