Questa sera al via la semifinale promozione tra Pistoia e Cantù. Per il coach biancorosso sarà una sfida contro il suo passato
Parte stasera la semifinale promozione tra Pistoia e Cantù e mai come stavolta la storia delle acerrime nemiche contro, delle nobili decadute in cerca di rilancio, in una sfida eterna che a ogni latitudine ripropone la Cenerentola biancorossa che vuole andare al ballo del principe contro una detronizzata ma pur sempre ex regina d’Europa, lascia spazio ad un’altra storia. E anche questa- come tutte quelle parlano di sogni- promette emozioni. Perché questa Cantù- Pistoia sarà soprattutto la sfida di Nicola Brienza contro il suo passato. Una sfida nel nome del figlio di una cittadina col cuore a spicchi, che non fa nemmeno provincia ma sotto canestro è una delle metropoli del basket italiano. Un pezzo di Brianza operosa, terra di oratori, canestri e lavoro in cui in tanti hanno trovato casa. Da piccolo Nicola Brienza voleva giocare a calcio, lo sport più seguito in una famiglia trasferitasi dalla Basilicata al Nord, tifosa della Juventus in una terra in cui le strisce hanno altri colori. Ma “a Cantù se sei alto, giochi a basket” ci disse raccontandoci l’inizio, strano ma mica poi tanto, della sua lunga storia d’amore con la retina.
Di esame di maturità per Nicola Brienza si parla da inizio stagione, c’è la storia del diciottesimo anno su una panchina dei grandi, year eighteen come direbbero gli americani che infarcisono i loro social con gli scatti più belli di una stagione intera come se fosse un film di Hollywood, bene o male che sia andata. C’è soprattutto il fatto che bissare il risultato del primo anno pistoiese non era per nulla scontato. Quello sì che è stato un film tra l’inizio ad effetto con la SuperCoppa vinta pronti via, le vittorie da Davide contro Golia, la cacciata e il ritorno del figliol prodigo e una finale sfiorata dopo una sfida alla pari con la bella Verona. Invece il sequel è stato all’altezza del primo dell’opera prima di Brienza a Pistoia. Non era facile confermarsi invece Nicola Brienza l’ha fatto. Riportando un’altra volta, un’altra squadra povera ma bella al cospetto delle grandi, allo stesso traguardo di un anno fa. Semifinale promozione: ad un passo dal sogno.
L’anno scolastico, insomma è andato più che bene, con l’esame di maturità che parte da stasera c’è solo da migliorare l’opera. Da tirare fuori il meglio per raccogliere i frutti del proprio cammino, come dicono i professori agli studenti provando inutilmente ad alleggerire l’ansia della notte prima dell’esame. Quella di lacrime e preghiere, anche per chi della matematica voleva fare il suo mestiere come Nicola Brienza, tuttora iscritto ad Ingegneria. Quella laurea promessa alla mamma è lì ad aspettarlo dall’estate del 2004, quando decise di provare a riaccendere il suo sogno a spicchi là dove sembrava definitivamente infranto. La storia è nota, tutti la conoscono, come si conoscono le storie dei propri punti di riferimento. Perché in meno di due anni Nicola Brienza a Pistoia “è diventato un idolo” ci ha detto prima dell’inizio dei playoff Pino Sacripanti, proprio lui quello che nell’estate della finale olimpica dell’Azzurra di Galanda, lo richiamò al Pianella.
Lui che ha sempre puntato sull’ex stellina della sua squadra juniores che aveva deciso di dire addio al basket dopo gravi infortuni. Lui che l’ha convinto ad interrompere le vacanze a Roseto degli Abruzzi e a tornare al Nord, con una valigia di sogni che aspettava solo di essere riaperta. Inizia la gavetta dorata in una Cantù che rivive fasti e rivede palcoscenici prestigiosi del passato. Nik è assistente tecnico, uomo delle statistiche e probabilmente dei confessionali davanti ad una birra extra allenamento con quei giocatori sono più o meno suoi coetanei e che inseguono il sogno che era stato il suo. Negli anni ha saputo mescolare la sensibilità del professor Keating, all’intransigente umanità di coach Carter. Sacripanti lo lancia, con Trinchieri gira il mondo, contagiato dalla loro ambizione e voglia di migliorarsi sempre. Con Dalmonte, per sua stessa ammissione, fa una specie di master e poi arriva il tirocinio vero, quello duro, a tu per tu con le montagne russe (è proprio il caso di dirlo) dell’era Gerasimenko. “Nicola Brienza è uno che sa tirare fuori il meglio dai suoi ragazzi” ha detto un diplomatico purosangue come Marco Sambugaro. Uno che con Brienza divide tutti i meriti di questo biennio d’oro e che come il coach in scadenza di contratto, a fine anno non sarà facile da trattenere. Perché , come cantano i Negrita, questa è gente che “ha imparato a sognare e non smetterà” vivaddio.
Che sa che gli esami non finiscono mai, certo. E per questo da stasera nella corsa per strappare il biglietto per la finale, è un po’ come fare l’interrogazione per sistemare il voto, per guardare all’eccellenza , il palcoscenico su cui l’esibizione ti può anche cambiare la vita. Un’esibizione che Brienza farà a casa sua, davanti alla commissione interna che l’ha visto crescere, intorno ad un presidente esterno del calibro di Meo Sacchetti. Nell’asettico palazzetto di Desio, ex fucina di talenti, ormai succursale per grandi senza sede, non è facile ritrovare quel sentimento popolare che trasuda dalle mura storiche del Pianella. Ma il ritorno al passato, che non è il primo ma è sicuramente più denso di emozioni degli altri, sarà un’esperienza forte per il coach biancorosso. Una di quelle sfide che valgono doppio, un’altra pagina tutta da vivere di una storia di straordinaria normalità, come quella del quasi ingegnere folgorato sulla via del basket. Il ragazzo nato sul quel ramo del lago di Como e ammaliato dalla grande Milano dove vive con la famiglia che sogna in grande e ha convinto a sognare anche in un’altra provincia denuclearizzara che a volte sembra un po’ “a tre km di curve dalla vita”. Quella Pistoia con cui stasera torna a casa, per far vedere di essere diventato grande.



