La fine di un’era: cosa resterà di Federico Barsotti alla Fabo Herons

Il legame tra il coach termale e il club resterà indissolubile. Da tempo però serpeggiava il pensiero di un cambiamento

Anche le più belle storie d’amore, per quanto lunghe ed intense siano all’apparenza, corrono il rischio di finire. In questo caso il triste epilogo è arrivato per davvero, anche se ciò che si è consumato nell’immediato postpartita del PalaTagliate di Lucca non era così improvviso ed inimmaginabile. Eppure, quando il presidente Andrea Luchi è salito in sala stampa per comunicare al mondo la decisione ormai presa, è presumibile credere che in coloro che seguono gli Aironi sin dal primo giorno o di recente non sia andata perduta una piccola parte di loro stessi. Ogni volta che si sentiva il nome della Fabo Herons, il collegamento mentale immediato con la persona di coach Federico Barsotti era più che naturale.

Fino a ieri lo scranno di capoallenatore del club termale non ha mai avuto altro padrone nella sua breve storia; fino a ieri appunto. E’ finito così, con una mesta sconfitta contro Desio, un lungo regno durato più di quattro anni, un’avventura piena di trionfi, titoli, cadute e ripartenze. Solo chi giudica il presente senza tener minimamente conto del passato vissuto insieme può affermare che il bilancio del connubio Barsotti-Herons sia negativo. E’ innegabile però che da diverso tempo scricchiolii crescenti affliggevano il rapporto tra i rossoblù ed il loro condottiero.

COSA NON HA FUNZIONATO

Per arrivare a comprendere una decisione così drastica va fatto un salto nel tempo di soli due mesi addietro, quando la Fabo alzava l’ultimo trofeo della gestione del tecnico montecatinese doc. Dopo il trionfo in Supercoppa gli Herons parevano un’oasi perfetta, un misto tra carattere tenace, organizzazione e talento in tutti i reparti. Quella versione metteva paura a tutte le concorrenti per la promozione, cosa che non si può riscontrare al giorno d’oggi. E’ vero che la testa della classifica non è troppo distante (solo quattro punti) ma con tutti gli insuccessi evitabili che si sono visti viene da chiedersi: perché quest’involuzione? La Montecatini vista nelle ultime uscite pare una squadra molto confusa nel suo insieme, sorretta dalle enormi capacità di un roster forte ma non così unito e deciso. Suona strano affermare che la formazione con la miglior media punti dell’intera B Nazionale non sia andata mai vicina al massimo del potenziale offensivo, eppure la mancanza di continuità tra singoli giocatori da partita a partita e la mancanza di continuità nell’arco dei 40’ (i famosi e mai del tutto risolti ‘parzialoni’) erano ritornelli ai quali non è stato mai posto un freno.

Coach Barsotti è sempre stato un allenatore che ha fatto dell’energia e della ‘garra’ i marchi di fabbrica della sua pallacanestro, se gli Herons sono temuti in tutta Italia e anche e soprattutto grazie al suo ‘metodo’. La realtà di questi giorni, se paragonate con altre versioni della Fabo meno farcite di talento ma efficaci alla pari se non di più, lascia intendere che i dettami dell’ex San Miniato e Sporting Club aderiscano meglio con squadre dallo spirito operaio che con le superstar di categoria. Dei tanti giocatori valorizzati o rivitalizzati da Giancarli a Casoni, da Lorenzetti a Dell’Uomo (l’ultimo sopravvissuto dei primi Herons a questo punto), da Natali a Sgobba, desta perplessità che proprio un campione puro ed assoluto come Aukstikalnis non si sia integrato nelle idee barsottiane di sacrificio ed all’uguaglianza su cui si sono sempre retti gli Aironi. L’Mvp in carica della terza serie avrebbe bisogno, così affermano i più critici, di un gioco tagliato su misura per esaltarsi al tiro, un problema che suona sinistramente simile a quello avuto da Chiera negli ultimi due anni e mezzo, cioè il go-to-guy termale che il lituano aveva rimpiazzato in veste di suo upgrade.

Ci sono state anche altre falle in attacco, dove i veterani incidono meno e dove sembra mancare sufficientepesosotto canestro dove c’è il solo Giombini. Ciò che però a sorpresa è venuta meno, e forse è stato questo che ha fatto scattare l’allarme rosso in dirigenza, è la non presenza di quella difesa asfissiante, soffocante, incontrollabile per tante e troppe avversarie. Coach Barsotti la propone sin da quando si è affacciato per la prima volta su una qualsiasi panchina in veste di capoallenatore: senza di essa, questo gruppo perde una fetta troppo impattante in termini di efficacia.

PASSATO INDELEBILE, FUTURO DA SCRIVERE

Ma come detto in precedenza, non si può far passare il messaggio che con l’esonero avvenuto l’ormai ex Fabo non sia stato un ottimo condottiero. Nelle pagine della storia si tende troppo spesso a ricordare i momenti più bui e ad accantonare, anche solo temporaneamente, i giorni felici. Dove sarebbero gli Herons se in quell’estate di quattro anni fa l’enfant du pays non avesse preso la coraggiosa scelta di lasciare la vecchia Serie B, dove era già stimato ad affermato, per approdare insieme alla fida spalla destra Gabriele Carlotti in una misteriosa e neonata realtà di Serie C Gold, più assimilabile ad un’improbabile start-up che ad una società sportiva.

Barsotti c’era quel 2 ottobre 2021 quando il progetto Mtvb calcò per la prima volta il parquet in partita ufficiale (vittoria 86-50 contro Valdisieve) e da quel giorno le due entità sono cresciute insieme in un tutt’uno. L’impronta del coach è chiara e lampante sia sulla promozione al primo tentativo in B, con la storica finale vinta contro la Gema, che sui successi nel palcoscenico nazionale, dalla clamorosa rimonta in regular season del 2022-23 alla gloria del 17 marzo 2024 al PalaTiziano di Roma. La Coppa Italia è stata il momento più alto dell’era Barsotti, forse al pari del ribaltamento da 0-2 a 3-2 contro Ruvo nei susseguenti playoff; da lì in poi però sono iniziati i dolori.

Per essere stato un tecnico che ha avuto un legame indissolubile, sia di sangue che di spirito, con la sua gente come da tempo non se ne vedevano a Montecatini, la prosecuzione naturale di questa bella storia non poteva che essere la Serie A2. Quella cadetteria che manca da più di 17 stagioni in città, che è e resta l’obiettivo primario per il futuro immediato, ma che soprattutto è sfumata nei modi più disparati e rocamboleschi possibili. L’aver macchiato la propria legacy con le tre finali perse in due annate, di cui la serie con Avellino e lo spareggio con Mestre in modo sanguinoso e con episodi che perseguitano nei loro incubi più profondi i tifosi termali, è ciò che forse ha fatto pensare a molti che non fosse lui, l’uomo di casa che per primo aveva creduto nella bontà del progetto Herons, colui che avrebbe riportato i colori rossoblù al posto che storicamente spettano loro.

Chissà cosa diranno queste persone quando vedranno, al prossimo incontro casalingo, la sedia del coach vuota ed occupata da un volto nuovo (sempre che la promozione temporanea di coach Alessio Marchini non diventi definitiva). Con Barsotti alla guida si erano chiuse le porte del PalaTerme e, se fosse stata trovata una quadra soddisfacente, sarebbero bastate poche altre settimane per vedere lui stesso in persona riaprire quella che è casa sua indubbiamente. Adesso la palla passa, com’è ovvio che sia, alla società. Il presidente Luchi, che non è certo persona che si nasconde, ha difeso la scelta presa in estate dalla dirigenza di aver confermato il tecnico valdinievolino in estate, quando molti addetti ai lavori già sostenevano la necessità di aria nuova in casa Fabo.

Dal post-Desio si è capito poco di cosa succederà da qui a breve, tranne un aspetto che numero uno del club ha messo subito in chiaro. Le colpe dell’allenatore ci sono state e come spesso succede fungono da parafulmine per quelle di chi scende in campo, ora tocca a loro dimostrare quanto valgono: «Se prima ci potevano essere degli alibi, adesso sono finiti»; ha sentenziato Luchi. Ma questo è un cambiamento che andrà oltre il rendimento ed i risultati di Natali e compagni. Spogliatoio, club e sostenitori non avranno più al loro fianco, come è sempre stato, il proprio padre spirituale: è giunto il momento che il mondo Herons maturi per davvero e che vada avanti da solo, con le proprie gambe, per la sua strada.

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