Nella sfida salvezza con la Fiat Torino, il Pistoia Basket ha pagato un attacco troppo prevedibile, figlio di scarsa leadership in cabina di regia
Il Pistoia Basket ha perso al fotofinish la sfida salvezza con Torino, condannandosi in maniera quasi certa verso il baratro della retrocessione. Un ko maturato in due momenti precisi della gara: nei primi cinque minuti e negli ultimi cinque. In particolare gli ultimi cinque minuti sono stati sanguinosi per Pistoia che non è riuscita a dare una svolta concreta alla gara, faticando mortalmente in attacco. In particolare per i biancorossi sono stati due gli aspetti che hanno viziato gli ultimi giri di lancetta (e non solo): la circolazione di palla troppo stantia e il poco movimento senza il pallone tra le mani.
Due fattori concatenati che hanno finito per tagliare le gambe ai sogni e alle speranze dei biancorossi. In primis è mancata la giusta leadership a livello di playmaking, perché Pistoia ha costruito pochissimo e male, agevolando troppo il compito difensivo degli avversari che hanno potuto ottenere molto semplicemente con l’aggressività e la fisicità dei singoli. Il passaggio da Kerron Johnson a Jake Odum ha solo cambiato la filosofia con cui risolvere certi momenti difficili e caldi della gara, senza che però la squadra ne traesse reale beneficio, perché sia con l’uno che con l’altro il gioco non è mai decollato. Se Kerron si metteva in proprio con penetrazioni troppo scontate e di facile lettura per i rivali, Odum invece ha scelto la via del delegare, limitandosi a non costruire e a dare la palla in mano subito e insindacabilmente al “go-to guy” Tony Mitchell. Così facendo però il numero 00 non è mai stato innescato in una situazione di reale vantaggio. Anzi, ricevendola spesso troppo presto era facilitata la difesa di Torino che ormai raddoppiava sistematicamente e immediatamente su di lui lasciandogli poco margine di iniziativa. Il resto lo ha fatto la stanchezza e quella incapacità di accendersi che ha reso statue di sale gli altri compagni, che in campo aspettavano quasi da fermi l’evolversi della situazione o un passaggio illuminante.
Non si è visto nemmeno quel caos dettato dalla disperazione che in finali convulsi a volte ti porta a sbagliare per troppa generosità, rischiando magari di commettere un fallo in attacco o di mancare un passaggio per la voglia di strafare e cercare di dare e di inventare qualcosa in più di quanto previsto dai giochi disegnati in settimana. Invece si è scelto, un po’ per necessità e un po’ probabilmente per appannamento di gambe e di testa, di aspettare da fermi che Mitchell tirasse fuori qualche coniglio dal cilindro. Così sono arrivate alcune forzature e palle perse che hanno inchiodato Pistoia ad un destino tragico, quello della sconfitta nell’ultimo spareggio salvezza a disposizione in questa stagione sciagurata.


