Fabio Malucchi, classe 2001 e nipote del compianto Mirko Lauria, ci racconta il suo ingaggio in un’importante team francese juniores
La storia d’amore tra Fabio Malucchi e il ciclismo è una di quelle vicende che è impossibile non apprezzare. Il giovanissimo, classe 2001 e residente a Montevettolini, fin da bambino ha sentito il richiamo della bicicletta anche per tradizione familiare. Fabio è infatti nipote di Mirko Lauria, promessa della Valdinievole di fine anni ’90 che aveva fatto una vera e propria scorpacciata di titoli juniores. Una stella in ascesa che purtroppo il destino affievolì e poi spense troppo presto.
NEL NOME DELLO ZIO
Mirko, forse per la troppa fretta, dopo quella splendida gavetta patì moltissimo il salto nei professionisti. I risultati stentavano a ripetersi fra i grandi e per la delusione, dopo due stagioni storte, nel 2001 Lauria arrivò al punto di salutare le due ruote. Un addio rabbioso che per fortuna si trasformò in arrivederci: dopo un anno sabbatico, Lauria tornò sui pedali, da dilettante, e tornò a cogliere buoni risultati. La carriera e la passione sembravano finalmente tornate sulla buona strada, finché, il 27 agosto 2003, avvenne la tragedia assurda.
Mirko, insieme ad un cugino, era andato a cercare suo zio, che non era ancora rincasato dall’orto che curava. Lo trovò in fondo ad un pozzo, esanime, e pensò subito che avesse avuto un malore e che potesse ancora salvarlo. Per soccorrerlo quindi Lauria si calò subito in suo aiuto, ma non aveva purtroppo capito che lo zio era già morto per via di una folgorazione. La pompa del pozzo infatti era in totale corto circuito ed aveva trasformato il terreno in una vera e propria trappola mortale. Mirko se n’accorse troppo tardi e appena pose il piede a terra la tragedia fu inevitabile. Il cugino, che stava a sua volta per calarsi giù, si fermò in tempo e si precipitò a chiamare i soccorsi, ma ormai Mirko aveva seguito lo zio.
Malucchi aveva solo due anni quando successe il dramma. Di persona è arrivato troppo tardi per conoscere Mirko, ma le sue gesta erano più vive che mai. Grazie alle VHS delle vittorie juniores, Fabio ha lasciato che la bici e il ricordo di suo zio prendessero i suoi sogni: «Il mio primo idolo è stato lui. Ho imparato ad amare la bicicletta grazie ai video che lo immortalavano. Poi, quando ho iniziato a correre agonisticamente, il resto l’ha fatto Mark Cavendish».
UN’INTUIZIONE OLTRE LA DELUSIONE
Fabio, per sua stessa ammissione, non ha ancora raccolto risultati entusiasmanti. Adora alzarsi sui pedali, ma, vuoi per lo studio, vuoi per l’alto livello nelle competizioni under italiane, non ha rubato l’occhio durante le sue prime corse. La voglia di mettersi in gioco e di crescere come atleta nonostante tutto è ancora forte e, poco prima del lockdown, Fabio vede una svolta. Su un blog viene incuriosito da una particolare storia: «Ho letto la notizia di un ragazzo americano che era venuto in Europa per crescere come ciclista. Lì per lì la sua storia mi ha fatto balenare un’idea: “e se provassi ad andare a correre anch’io all’estero?”. Mi è rimasta in testa per qualche giorno ma poi l’ho un po’ accantonata. Avevo già una squadra per il 2020 e avevo pure l’esame di maturità da preparare, quindi non volevo avere troppi pensieri».
In estate però quell’idea torna, in maniera intermittente, nella sua mente per poi riesplodere a settembre dopo una delusione. «C’era il GP Ezio Del Rosso a Montecatini ed io volevo onorarlo al meglio. Era la gara prestigiosa più vicina a casa di tutte, non potevo sbagliarla. Ed invece è stata un disastro da cui mi sono rialzato con le ossa rotte». Per reagire a quel brutto risultato, Malucchi prova a seguire seriamente la strada estera. Si annota cinque team juniores europei, i migliori secondo lui, e poi butta giù alcune bozze per un’eventuale mail di presentazione.
La delusione del Del Rosso però si fa ancora sentire e Fabio decide di compiere il passo successivo solo dopo la gara seguente. «Sono tornato in corsa alla Vicenza – Bionde senza troppe aspettative. Non so come avrei reagito ad un altro risultato mediocre. Tuttavia, nonostante una forma lontana dalle migliori, ho fatto una gran corsa e lì mi sono deciso a seguire l’idea estera. Inoltre, proprio durante la gara, ho capito quale squadra avrei potuto contattare».
UNA STRADA TUTTA SUA
A Vicenza infatti Malucchi nota la Chambèry Cyclisme Formation, squadra satellite dell’AG2R La Mondiale (il team francese che conta tra le proprie fila, tra i tanti, Romain Bardet e Tony Gallopin). Col buon risultato a dargli coraggio decide quindi di partire col suo giro di mail proprio da loro. Quasi inaspettatamente inizia subito uno scambio epistolare virtuale che lo porta a confrontarsi col team manager francese e con due allenatori, sino ad una sorta di colloquio.
«Mi sono aperto del tutto, anche sul lato umano. Loro insistevano molto su questo punto, ma non mi sono tirato indietro. Mi son detto: “me la gioco con tutte le carte, se mi rispondono con un ‘ti facciamo sapere’ pazienza“». Ed invece i francesi si fanno sentire subito: «Mi hanno chiamato un martedì sera e mi hanno detto subito che per il 2021 sarei stato un loro corridore. Fatico a descrivere la gioia che ho provato». Malucchi passerà almeno un anno in Francia, cercando di sfruttare un’occasione che si è letteralmente costruito da solo. Ha seguito un’idea, spinto da una scottatura, e l’ha portata fino in fondo, dimostrando maturità anche dopo aver raggiunto il risultato.
«Senza dubbio cercherò di sfruttare l’occasione per migliorare come corridore. Ho tanti difetti da appianare e, visto che la base sarà a due passi dalle Alpi, il primo sarà il mio approccio alle salite. Però questa non sarà soltanto una possibilità sportiva, anzi: la prendo come un passo importante verso l’età adulta. Certo, di solito quando si inizia l’università si viene già considerati grandi, ma in realtà penso che veramente adulti si diventi molto più in là».
L’AMAREZZA DI UNA GENERAZIONE
Proprio sul lato studi viene fuori l’amarezza di un ragazzo di 19 anni che, come purtroppo sta quasi divenendo un’abitudine, sembra aver perso fiducia nel sistema in cui si trova. «Fatico a digerire che in Italia un corridore giovane, senza risultati di rilievo immediati, si trovi senza una vera possibilità di maturare con calma. Capisco il lavoro dei dirigenti, ma il loro approccio non mi piace. Invece non li perdono per nulla sull’aspetto dello studio. In Italia se vuoi fare il ciclista, appena finito il liceo, devi avere solo la bicicletta nel tuo futuro. Stare sui libri a momenti è da perdenti, come fosse uno spreco di tempo. Invece, nonostante la lontananza, con la Chambèry potrò comunque seguire il mio percorso formativo, grazie alla DAD. Per loro proseguire con lo studio è un valore, qui a momenti è un delitto. Non posso nascondere che ci sia rimasto male».
Una lamentela che, visti i tempi, ormai è una delle tante voci di un coro che raccoglie quasi un’intera generazione. Fabio però, come tanti suoi coetanei, ci vuole provare e con le sue sole forze. Magari l’esperienza durerà poco, magari invece diverrà un campione, ma prima che giudicare il percorso bisogna giudicare la costruzione. Malucchi, senza credersi chissà chi, si è lasciato ispirare da una storia particolare e ha provato ad emularla. Prima ancora di crescere come corridore vuole crescere come persona e, almeno per l’approccio iniziale, è difficile dargli contro.
La storia di Fabio Malucchi, nonostante non sia colorata di medaglie come quella di suo zio, brilla comunque di luce propria. Come proseguirà il racconto sarà tutto da vedere, ma d’altronde Fabio ha già dimostrato di poter scrivere da solo i propri capitoli. Fargli una critica non sarebbe proprio il caso. Non sono le ambizioni a dover essere giudicate, bensì l’impegno con cui si cerca di raggiungerle. Malucchi in questa specialità ha già preso un 30 e lode.



