Di padre in figlio: Raffaele e Cristian Coduti sono un pezzo di Promozione

Il calcio come questione di famiglia: Raffaele da portiere viola a custode del Cei, Cristian vicepresidente bianconero. E quando c’è il derby…

«Il complesso delle persone di una stessa discendenza, legate dal vincolo del sangue e della tradizione», questa la definizione di “famiglia” se provate a cercarla su Internet. Ecco, il vincolo di sangue, quello che lega indissolubilmente un padre e un figlio. E poi la tradizione, quella che a sua volta mette in corrispondenza il padre e il figlio con altre entità, due squadre di calcio per la precisione. Sì perché la storia di Coduti Senior, Raffaele, e Coduti Junior, Cristian, è declinata e intrecciata attraverso l’epica del pallone, capace di rendere “nemici” due individui così vicini. Raffaele, infatti, è stato prima portiere e ora figura di riferimento per il mondo viola, con un vero e proprio patto d’amore nei confronti della Larcianese. Cristian, invece, ormai da parecchi anni è divenuto un punto fisso all’interno della Meridien (da quest’estate, in seguito alla fusione, Lampo Meridien). Due società i cui stadi distano appena qualche chilometro. Due persone le cui abitazioni sono separate da una rampa di scale.

«PER ME C’È SOLO LA LARCIANESE»

Allora Raffaele, partiamo dall’inizio: il tuo legame con la Larcianese, infatti, comincia in qualità di giocatore…

«Esatto. Iniziai a giocare a calcio – fra i pali – nel lontano 1975, all’età di quattordici anni, nelle giovanili della Larcianese. Con gli allievi disputai il campionato regionale assieme a squadre come Fiorentina, Lucchese e Pistoiese, per poi passare alla juniores. Dopo un anno fui girato in prestito alla Lampo, cosa abbastanza curiosa se ci ripenso adesso: d’altronde non l’ho mai nascosto, per me esiste solo la Larcianese, è il club del mio cuore. Dopo la parentesi biancazzurra, comunque, sono tornato in viola, rimanendoci per sei stagioni prima di abbandonare il dilettantismo e scendere fra gli amatori a causa di vari impegni lavorativi. Il mio secondo amore, infatti, è stato il Castelmartini, che in zona era assai rilevante avendo vinto tanti campionati. Appesi i guanti al chiodo, poi, mi sono reinventato passando dall’essere preparatore dei portieri a responsabile del settore giovanile: adesso, invece, sono il custode dello stadio “Cei”, nonché membro della dirigenza viola».

Una vita intera passata al servizio della Larcianese. È effettivamente parte di te ormai?

«Assolutamente. D’altronde sono cresciuto a pane e calcio, dove quest’ultimo significava soprattutto Larcianese. Da piccolo andavo alla stadio a supportare i viola anche prima di farne parte da calciatore…il legame con questa piazza è indissolubile. Ai tempi non esisteva la tribuna in cemento, al contrario c’era un ammasso di tavole con la copertura fatta in lastre di lamiera: nonostante questo ogni domenica gli spalti e il recinto attorno al campo erano pieni di gente. Le partite erano vissute in modo diverso rispetto ad ora, grandi e piccini si riunivano per tifare quella che era molto di più d’una squadra. Quando si parla di realtà cittadine come possono essere le formazioni dilettantistiche, ciò che esse rappresentano va al di là dei risultati in campo. Io ne sono rimasto folgorato e infatti tutt’ora a Larciano faccio tante cose, dal magazziniere all’accompagnatore, tutto ciò che serve insomma».

Dato che Cristian fa parte della dirigenza di un club rivale, come viene vissuto il derby in casa Coduti?

«È un po’ particolare. A cose normali la domenica sera, quando siamo a cena, ci raccontiamo come sono andate rispettivamente le nostre squadre tenendoci aggiornati su ciò che succede in campionato. Quando c’è il derby, invece, tutto cambia: si respira un’aria diversa, elettrizzante, com’è normale che sia. Ognuno legge l’arbitraggio in un certo modo, interpreta gli episodi in un altro, in fondo è questa l’essenza più pura del calcio no? Creare dibattiti e unire nella passione, cosa che in casa nostra succede spesso. Anche perché devo dire che a livello sportivo non sono stato fortunato: io sono interista mentre Cristian è juventino, quindi anche lì non ci troviamo».

«UN ONORE FAR PARTE DELLA MERIDIEN»

Passiamo a te Cristian. Nel tuo percorso calcistico quanto è stato importante Raffaele?

«Mi ricordo ancora la sua ultima partita. Era la finale del terzo e del quarto posto del Torneo dei Rioni di Larciano, in cui sia io che mio fratello eravamo in campo…penso sia stato uno dei pochi a chiudere la carriera così. Quindi sì, l’amore per questo sport me l’ha trasmesso lui e di questo lo ringrazierò per tutta la vita. Da piccolo andavo sempre a vederlo giocare al vecchio campo di Castelmartini e anche quando, dopo aver smesso col calcio a 11, aveva iniziato col Calcio a 5 non mi perdevo un suo match. La passione tramandataci, poi, ha trovato terreno fertile…basti pensare che a casa aveva fatto una porta a me e mio fratello per giocare quando non andavamo agli allenamenti. Ci ha sempre supportato, spronato e seguito durante la carriera calcistica. Col tempo, poi, ci siamo ritrovati in Promozione incrociando le nostre strade, io alla Meridien e lui alla Larcianese, a cui è assolutamente devoto: quel campo lo tiene e lo cura come un figlio».

Attualmente ricopri il ruolo di vicepresidente della Lampo Meridien: come è nato il tuo rapporto coi bianconeri?

«Per pura casualità. Dopo aver giocato con Elio Rinaldi per due anni nel Biccimurri, lui avviò insieme a Leandro Fabiani la scuola calcio della Meridien e un giorno, parlandone, mi chiese se avessi avuto voglia di dargli una mano. Da lì è partito tutto. Ho iniziato nella scuola calcio e poi mi sono avvicinato alla prima squadra l’anno che quest’ultima militava in Terza Categoria. Ricordo che vincemmo la Coppa Provinciale ottenendo la promozione, da quel momento non mi sono mai più distaccato dai questi colori. Ne vado estremamente orgoglioso, far parte di una società del genere è prima di tutto un’esperienza meravigliosa. Qui si vive lo sport in maniera intensa e passionale, devo quindi ringraziare Leandro, Gianfranco ed Elio che mi hanno dato l’opportunità di entrare in questo mondo facendomi crescere come dirigente».

Raffaele ci ha raccontato il derby dal suo punto di vista, te invece come lo vivi?

«I giorni prima della grande partita non si parla mai di calcio ed io, a dire il vero, cerco sempre di evitare di incrociare mio padre a partire dalla sera prima del match. Quando ci vediamo negli spogliatoi prima del fischio d’inizio ci salutiamo, qualche battuta e poi ognuno per la sua strada. A fine partita, invece, dipende dal risultato: a volte facciamo finta di non vederci (ride ndr). La sera a cena poi mangiamo sempre tutti insieme e parliamo un po’ della partita…la maggior parte delle volte discutiamo animatamente, magari anche rovinando l’atmosfera agli altri. Ma dal giorno dopo, tutto torna come prima. Fino al successivo derby».

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