Pistoiese, quella volontà di essere sempre “contro”

La lettera minatoria recapitata a Bonechi apre nuovi scenari per la Pistoiese. Del resto la parola d’ordine è essere “contro” a prescindere

Sabato 6 dicembre 2014: Pistoiese-Pisa 2-0, gol di Vassallo e Piscitella, tripudio sotto la “Nord”, nerazzurri rispediti al mittente ed il livornese Cristiano Lucarelli che gongola per una posizione di classifica insperata alla vigilia del campionato. Sabato 12 dicembre 2020: nella cassetta della posta della propria abitazione, il presidente della Holding Arancione Andrea Bonechi trova una lettera con minacce a lui indirizzate che fanno traboccare un vaso già colmo e lo inducono a rassegnare, l’indomani, le sue dimissioni. Che legame c’è fra questi due episodi avvenuti a sei anni ed una settimana di distanza l’uno dall’altro? Stiamo parlando del momento più alto e di quello più basso vissuti in questo periodo di Serie C della Pistoiese e di una piazza che, oramai, ha rotto con società e dirigenza.

Una situazione che ha del paradossale, visto che si contesta un sodalizio che non ha debiti, che viene riconosciuto in tutto il panorama calcistico come serio e coscienzioso: un lusso per molte realtà della stessa Serie C visto quanto accade in giro, mentre qui è una palla al piede. Il problema principale, se non l’unico, di una piazza oramai scollata e che contesterebbe questa società anche se Valiani e compagni inanellassero quindici vittorie consecutive arrivando in testa alla classifica.

Del resto Pistoia è questa. È la piazza che contestava Luciano Bozzi quando la squadra era in Serie B ed in campo c’erano Max Allegri, Giacomo Banchelli, Ciccio Baiano, Alfredo Aglietti o Andrea Bellini solo perché l’allora presidente considerava l’Ac una sua azienda, e non poteva essere altrimenti, anziché confessare passione e amore viscerale per questi colori. Ed oggi si contesta alla famiglia Ferrari di aver allontanato gli sportivi dallo stadio: ma se in quel Pistoiese-Pisa, dati ufficiali, c’erano 2.200 spettatori (600 erano da Pisa) e con la squadra terza in classifica, è davvero tutta colpa della dirigenza? A Piancastagnaio, il giorno del ritorno in C, c’erano 350 tifosi. Per carità, strada tortuosa, paese fra le montagne senesi e freddo deciso, ma che colpa ne aveva la società visto che la truppa di Morgia stava vincendo il campionato ed al seguito c’erano 4 pullman e poco più?

L’IMPORTANZA DI ESSERE…CONTRO 

Sorvolando sul fatto che adesso nel mirino dei più facinorosi di fronte alla tastiera ci sono anche i giornalisti rei, a suo tempo, di non aver dedicato troppo spazio alla Pistoiese quando vinceva e di non fare domande pungenti adesso che le cose non vanno bene, la parola d’ordine è: essere “contro” a prescindere.

Da qualche giorno la posta in palio legata a queste sei lettere si è però alzata scatenandosi contro Andrea Bonechi, evidentemente reo agli occhi di qualcuno di avere colpe di non si sa quale specie se non la volontà di aver fatto crescere, negli anni, questa società, di averci rimesso la faccia anche qualche volta (vi siete già dimenticati, per caso, l’invereconda squalifica rimediata con l’arbitro Leone dopo Pistoiese-Mosciano in Eccellenza?) ed averlo fatto solo per passione. Perché la vita di Bonechi è amore incondizionato verso l’arancione ma c’è la quotidianità che, di fronte a vicende del genere, rischia di essere scalfita anche dal punto di vista professionale come ha tenuto a ricordare. Per questo c’è da chiedersi: vale davvero essere “contro”?

I TRE ERRORI COMMESSI

Per essere arrivati a questo punto è evidente che qualcosa non è andato per il verso giusto e, secondo chi scrive, gli snodi sono tre. Primo (ed i diretti interessati lo sanno da anni questo pensiero): patron Ferrari doveva tenere fede alla promessa fatta nel giugno 2010 quando chiuse il Pistoia Club prendendosi la Pistoiese. “La voglio riportare fra i professionisti ed avrò svolto il mio compito”. Per troppa passione e per amore di quei colori, invece, la famiglia Ferrari è andata avanti quando si sarebbe dovuta fermare dopo quel Pistoiese-Savona 2-2 che chiuse la prima stagione: dire che l’obiettivo era raggiunto e passare la palla a qualcun altro, se davvero c’erano persone interessate (ma dubitiamo fortemente). 

Secondo: quando si è deciso di allargare la base della Holding Arancione è stato fatto passare un messaggio sbagliato, lasciando intendere che così facendo le disponibilità economica della società crescesse significativamente. In realtà i trenta nuovi soci che avevano sottoscritto le quote altri non erano che appassionati che volevano investire una piccola cifra, imprenditori che erano già sponsor, amici di altri dirigenti e quant’altro che si mettevano in una posizione leggermente più alta rispetto al versare una cifra “x” per far comparire il cartellone dietro le panchine allo stadio e saldare delle fatture. Sono tifosi, prima di tutto, ma questo la “base” non l’ha mai capito, convinti che ci fossero chissà quali milioni di euro alle spalle e che non si sono tirati fuori per fare squadre da vivacchiare a metà classifica in Serie C.

Terzo: le questioni di campo sull’attualità nell’anno del centenario. Con un maggior budget a disposizione, nonostante il momento storico complesso, si è scelta una mossa di marketing chiamando mister Frustalupi anziché provare a puntare su un mister esperto e navigato della categoria che, forse, era quello che serviva. E da lì, a cascata, sono state minate tutte le certezze: squadra costruita tardi, moduli rivisti già dopo poche partite, coperta corta a centrocampo proprio per quantità di uomini, decisioni di mercato non del tutto condivise (lo si può dire che era tutto fatto per l’arrivo in mediana dell’ex capitano del Livorno Andrea Luci ma poi si è fatta saltare la firma per questioni tecniche) fino al nuovo cambio di allenatore divenuto oramai una consuetudine, ahinoi, in questi anni.

COSA FARE DEL FUTURO 

La lettera intimidatoria apre nuovi scenari, tutt’altro che allegri. Alzi la mano chi, avendo anche soldi da spendere, vorrebbe venire in una piazza al collasso che chiedeva a gran voce come mai non si è optato per dare la società in mano a persone che poi sono andate altrove e stanno facendo danni? Nessuno! Cosa penseranno quei soci-tifosi della Holding di fronte a tutto quel che succede? E gli sponsor, anche i più grossi, possono essere contenti?

È davvero triste leggere sui social commenti di chi dice “Meglio non ripartire nemmeno piuttosto che andare avanti così” e con parecchi che danno persino ragione, anche fra i lettori di Pistoia Sport. Molti di loro, non ci vuole molto per capirlo, sono profili fake, persone che si divertono a passare il proprio tempo e magari fanno dilagare il malcontento solo perché hanno quattro o cinque account differenti ma sono sempre la stessa persona. Anche nel 2009 la piazza era “contro” la famiglia Braccialini, ma con una notevole differenza rispetto ad oggi: allora la scatola era vuota, o quasi, e c’era poco da spartire mentre adesso, se arrivasse qualcuno ad aprire il forziere, di monete d’oro ne troverebbe diverse e subito pronte all’uso, magari per sparire dopo qualche mese. Ed allora, a quel punto, “contro” chi si potrà essere?

Leggi anche: Minacce a Bonechi, è l’ora di dire basta.

Saverio Melegari
Saverio Melegari
Nato nel 1985 e direttore di Pistoia Sport fino al 15 settembre 2018, è sposato con Daniela dal 2011 ed è padre di due splendidi bimbi: Leonardo (nato la sera del -48 del Pistoia Basket a Reggio Emilia) e Luca (nato dopo il 6-3 rimediato dalla Pistoiese ad Ascoli). Ma non per questo sono dei perdenti, anzi. Dal 5 ottobre 2018 in edicola col Giornale di Pistoia

1 commento

  1. Mi ricordo ancora di quel ragazzo che diceva essere l’intermediario di un ricchissimo svedese che anni fa voleva rilevare la società dal Bozzi e che di fronte alla telecamere dichiarava amore incondizionato per la squadra arancione con tanto di sciarpa al collo e che affermava di essere tifosissimo della Pistoiese da tanto tempo. Sparirono sia lui che lo svedese dopo qualche tempo senza lasciare tracce

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