Un PalaCarrara gremito ha accolto la sfilata del Pistoia Basket, che davanti ai propri tifosi ha chiuso il cerchio di una stagione magica
Il tramonto del primo giorno d’estate ricaccia ancora le ombre della notte più corta dell’anno quando parte la festa promozione del Pistoia Basket. Ma che sarà una notte infinita, di quelle in cui non dormi mai, com’è anche giusto che sia per santificare quel miracolo della natura che è il solstizio d’estate, si capisce subito. Arrivando davanti al tempio nostrano del dio basket, col fiatone per la corsa di chi non ha calcolato che chiaramente c’è da parcheggiare lontanissimo come per le partite di cartello, il primo tuffo al cuore. Uno striscione vecchia maniera appeso al cancello del PalaCarrara, spray su lenzuolo, sopra una semplice scritta: 2012/2013- 2022/2023 AncorA. No, stanotte è decisamente una di quelle che non si dorme: in quello striscione ci sono dieci anni di montagne russe, tanti volti che ci mancano, tante storie che non finiremo mai di raccontare, lacrime e gioia, un pezzo di vita di una città che ancora una volta nonostante tutto, grazie al basket torna a guardare le grandi negli occhi. Riportando un’intera regione, l’ex basket valley toscana nel giro d’Italia dei canestri che contano.
Dall’alba si ricorderà pure la notte magica di dieci anni fa esatti: era il 22 giugno 2013, quella dell’invasione di campo dopo il fischio finale di gara5 con Brescia, in cui Marco Bonamico non riesce a trovare Fiorello Toppo per consegnargli la coppa nell’assedio ai giocatori dei tifosi in festa. Fiorellone non taglierà nemmeno la retina, qualcuno gliela recapiterà mentre è portato a spalla nella marea umana in campo, per poi salire verso la curva con il presidentissimo Maltinti ai tamburi. In quella curva da qualche parte c’era probabilmente anche Gianluca Della Rosa. Proprio lui. L’ex capitano della juniores cresciuto col fratellone sulla balaustra nel mito di Big Fiorello, ora la rockstar di questo nuovo concerto di emozioni di inizio estate. Con la coppa in una mano e microfono nell’altra si porta dietro il palazzetto con un “In Serie A, ce ne torniamo in serie A” ed è lì che la nuova favola si compie davvero. E se le differenze in campo e (soprattutto) fuori sono probabilmente assai di più delle somiglianze delle due notti stellate di questi dieci anni, un punto in comune c’è proprio nel segno del capitano. Al di là del tutt’uno con la città Gianluca Della Rosa come Fiorello Toppo, è un figlio della gavetta, del sacrificio, si è rialzato da mille punzecchiature che non gli sono mai state risparmiate, diventando un campione tra la gente e per la gente, riscattando sul campo l’autoretrocessione su cui è stato uno dei pochi a mettere la faccia e sconfessando sul campo i negazionisti della teoria che i sogni son desideri.
“Ma cosa abbiamo fatto? Vi rendete conto di cosa abbiamo fatto” dice mentre stringe mani, firma autografi, si getta in pasto alla ressa di tifosi stipati a bordo campo che non andranno a dormire prima di essersi assicurati una foto con i loro eroi. Dopo la sfilata in campo, chiamati ad uno ad uno dallo speaker sovrastato dai cori della Baraonda, è il momento del bagno di folla per tutti i protagonisti di questa stagione indimenticabile anche se, tranne i fortunati della curva che se li tengono bonariamente in ostaggio dopo l’immancabile rito dell’occupazione del tamburo da parte della squadra, gli altri tifosi devono accontentarsi del bordo campo. Ma nessuno è disposto a mollare, anzi. C’è il poster ufficiale da farsi autografare, i cartelloni Art Attack che molti bambini hanno fatto ritagliando le foto dei loro benianimi, l’esercito del selfie da accontentare prima. Poi succede che qualcuno rientra negli spogliatoi anzitempo, il pubblico rumoreggia come quando i divi del rock fanno l’uscita strategica nei festival per esser richiamati dalla folla in delirio. Delirio puro che scatta quando i giocatori iniziano a lanciare di tutto verso gli spalti. Per accaparrarsi le scarpe di Del Chiaro, che poi chi se le metterà con quel piedone, c’è una ressa come per il mazzolino della sposa. Idem zainetti, pantaloncini e magliette.
Nicola Brienza e Marco Sambugaro guardano divertiti la scena. C’è stato un coro anche per questa strana coppia, il diavolo e l’acqua santa, il prof guascone che ha insegnato ai suoi ragazzi a prendersi la scena e il preside controllore dietro le quinte. Uniti dall’ambizione della scuola basket lumbard, dalla voglia di riprendersi quella serie A1 sfuggita in posti e situazioni diverse, hanno sempre cercato di intaccare col loro lavoro il gelo di una città che dopo l’autoretrocessione ha voltato le spalle al basket. Riaccendendola con una favola vera scritta a quattro mani, in simbiosi stile Mogol- Battisti dei canestri. Con l’ultimo atto da manifesto del neorealismo del basket romantico, quel “Miracolo a Torino”, con la provinciale a sovrastare di gioia la fu capitale, che nemmeno De Sica e Zavattini avrebbero sceneggiato meglio. “Portaci in Europa” urla la curva a Nicola Brienza con quella follia tipica delle serate matte, prima di convogliarsi in un accorato “Resta con noi” che insieme a quel “Difendiamola” riferito alla serie A1 appena conquistata, rimane l’affaccio su un futuro che in via Fermi era tutto da decifrare anche senza il miracolo sportivo dei biancorossi.
Miracolo sì, la parola giusta è questa. E non per sminuire il lavoro di chi è andato in campo, ma per sottolinearne la portata. Dieci fa fu un trionfo, un tripudio atteso e costruito però in 13 anni costanti di risalita che aveva portato non per nulla a fare due finali promozioni filate. Qui se in tre anni la squadra ha bruciato le tappe, parafrasando Massimo d’Azeglio, “fatta la promozione ora c’è da fare l’A1”. La città si sta risvegliando, giorno dopo giorno dalla festa spontanea e un po’ sfilacciata di sabato sera in centro, il popolo biancorosso si sta ricompattando ma il lavoro fuori dal campo è immenso e con onestà nei suoi interventi il presidente Massimo Capecchi non lo ha mai negato. Nelle discese ardite e nelle risalite di ieri e di oggi, lui c’era, mentre in molti salivano e scendevano dal carro con riflessi alla Marcell Jabobs. Anche lui si merita una notte da Nessun Dorma, finalmente perché ubriaco di gioia e non di pensieri e conti da far tornare.
Gioia che è tutta nel sorriso di Lorenzo Saccaggi, quello sì lo stesso di quando Cristiano Biagini lo scovò adolescente in una palestra di Carrara. Il nostro Diabolik sua passione giovanile, il Gian Burrasca delle Apuane per l’indole birbante, Zorro quando l’abbiamo visto tornare con quei baffetti. Quanti nomignoli gli abbiamo affibbiato vedendocelo crescere sotto gli occhi e diventare un uomo. E’ tornato al capezzale di Pistoia nel momento del bisogno, con un sogno in testa che ora è diventato realtà. No, stanotte non si dorme. E pazienza se all’alba del nuovo giorno, due dei simboli di questa impresa, Zach Copeland e Jordon Varnado, dopo esser stati re della festa, sono già in volo verso gli States ricordando che tutte le cose belle prima e poi finiscono. Questo rimane e rimarrà sempre il sogno di una notte di inizio estate che tutti vorremmo non finisse mai.


