Dai tanti, tantissimi errori in chiave mercato al ritorno di Paolo Moretti, passando per l’addio ad Alessandro Ramagli e finendo per la triste salvezza strappata dall’Oriora Pistoia
In principio fu l’estate, stagione che porta con sé buoni propositi per l’inverno che verrà. Le certezze in via Fermi sono poche: ci si prepara ad una stagione lacrime e sangue, affidata all’esperienza di Alessandro Ramagli che firma un biennale che lascia intendere un progetto a lunga scadenza basato sul 5+5. Mix che nelle passate stagioni ha “fruttato” soldi (per il premio italiani) e gloria. Entrambi i buoni propositi, naufragheranno.
Di rischi invece ce ne sono molti (dei 10 in rosa solo in 3 hanno già giocato partite nella serie A italiana ovvero Dom Johnson legato con un contratto a tempo, Krubally e Della Rosa), le scommesse abbondano ma i tifosi ci sono abituati. D’altra parte non c’è nemmeno lo sponsor che arriva solo a squadra fatta mentre c’è un cda rinnovato ed allargato con un aumento sostanziale della componente del Consorzio. C’è un nuovo presidente, che si trova a raccogliere l’eredità pesante di Roberto Maltinti, tirato un po’ per la giacca dopo una lunga serie di “no” alla proposta di sedere sulla poltrona di comando che tocca a Massimo Capecchi. Alla prima di campionato (già pesantissima visto che si gioca a Pesaro) la squadra arriva con pochi allenamenti insieme, nessuna iniziativa di coinvolgimento di una città che si sintonizzerà con grande fatica sulla nuova dimensione. La speranza è che sia il campo a tamponare le falle fuori, come successo spesso in passato, ma stavolta non sarà così.
PESARO. Due partite, due sconfitte, una all’inizio del girone d’andata, una al ritorno che segnano il campionato di Pistoia. 7 ottobre 2018, il sole che ancora scalda le spiagge dell’Adriatico, si spegne sul più bello per l’Oriora. Che dopo aver condotto le danze fino al terzo quarto, si spegne. Appare Blackmon, la luna nera, che trascina Pesaro al successo e manda in un tunnel i biancorossi lungo 6 gare. Complice un calendario difficile, lo 0-6 è la dura realtà, relega Pistoia in ultima posizione con una desolante media di 93,8 punti subiti a gara.
SCELTE RINNEGATE. Dopo 6 schiaffoni, la società torna sui propri passi e sceglie il doloroso (conti alla mano) passaggio al 6+6. Rinunciare al premio italiani e pagare la luxury tax appare l’unica via per salvare la stagione e in via Fermi si attende quel botto che accenda il campionato. Arriva invece il longilineo Mickell Gladness, un giramondo dei canestri con qualche apparizione in Nba e un inizio incolore in Israele. Effettivamente il suo arrivo coincide con l’illusorio trittico vincente (Sassari, Reggio Emilia, Brescia) ma quando si comincia a parlare di tagli, dopo aver girato a 8 punti rimasti tali a due terzi della stagione, il primo nome sarà il suo. Rimane appena 10 giornate e saluta con l’impatto di un accendino quando si cercava un bengala. Ma nessuno avrebbe pensato che i suoi 6,8 punti e i 4,8 rimbalzi di media, sarebbero stati rimpianti.
CAPITANO GETTONARO. Migliore in campo nelle (4) vittorie, quasi sempre peggiore in campo nelle sconfitte che sono molte di più nelle 16 gare in cui indossa la canotta biancorossa. L’ultima, il 20 gennaio 2019, la resa dei conti contro Pesaro, gara dalla massima delicatezza giocata addirittura con un contratto “a gettone”. Un paradosso per quello che dovrebbe essere l’attore protagonista e diventa una fastidiosa comparsa, un paradosso di cui DJ non ha nemmeno tutte le colpe visto che fin dall’inizio il suo contratto è sui generis. E’ il giocatore più importante della squadra, quello che deve garantire punti e leadership ma arriva a Pistoia con la possibilità di uscire al giro di boa. Unica deroga, una giornata a gettone che si chiude tra i fischi con Pistoia sempre più ultima. Le valigie sono pronte, DJ saluta e va a vincere lo scudetto in Libano. Non sarà l’America, ma non è nemmeno il baratro su cui lascia Pistoia. Con i tifosi che, nonostante gli inviti ad andare al cinema, guardano increduli l’horror show dell’OriOra.
ORIORA 3.0. Gettare la croce addosso a DJ sarebbe esagerato: l’OriOra non carbura per una serie di fattori. Dopo la sua partenza, il capro espiatorio diventa l’altro Johnson. I gradi del capotribù dati da Ramagli, non gli sono valsi nemmeno la nomination per la fascia del capitano: in lizza ci sono solo DJ e Della, che la indosserà dopo i saluti del compagno. Il capitano più giovane della serie A non si tirerà indietro davanti alle sue responsabilità, ma purtroppo la sua faccia pulita diventa il più crudele simbolo di un girone di ritorno che dal grigio volge al nero. Si comincia a parlare di cambi, di uscite oltre alle entrate: Mesicek arriva come supplente ma la sua energia svanirà una volta acquisito il posto fisso. A servirà il jolly pescato con la vittoria (sacrosanta) a tavolino su Milano. Il ricorso biancorosso è tardivo ma su Nunnally pendeva una giornata di squalifica e l’EA7 non l’avrebbe potuto schierare.
Per il resto nella lunga selva di “no, grazie” che Giulio Iozzelli (per sua ammissione) si è sentito dire, il rimpasto arriva solo a 9 giornate dalla fine, negli ultimi giorni di una pausa lunga tre settimane e si materializza con il trio Odum-Crosariol-Mitchell. Il primo pescato da mesi di inattività chiuderà come l’americano che ha segnato meno dal ritorno in A1 del Pistoia Basket (4,5 punti di media). Il secondo rilanciato due anni fa a Pistoia, farà rimpiangere Gladness e nel terzo, la sregolatezza vince ancora sul genio. Trieste, Cremona e Sassari bocciano il rimpasto sul campo e, a 7 giornate dalla fine, è Alessandro Ramagli a fare le valigie dopo 23 giornate in ultima posizione. Feeling mai nato con una piazza che ha mal accettato la mera lotta per la sopravvivenza del club che ha fatto poco o nulla per farglielo capire, dando la sensazione di aver abbandonato il coach ben prima della separazione.
IL MESTO MORETTI BIS. Si punta sull’operazione amarcord, arriva a 6 giornate dalla fine, chiamato ad un miracolo, Paolino Moretti. L’illusione del cambio di rotta dura la serata da sogno del PalaDozza: Mitchell è indemoniato, la squadra sembra finalmente una squadra. Ma in quest’annata non ci sono spazi per i sogni, il risveglio è brusco e la sconfitta con Torino (5 scontro diretto perso su 6) chiude di fatto la stagione. Rimane la matematica a combattere contro la retrocessione, solo quella perchè l’OriOra nonostante la corsa salvezza al rallentatore, si tira fuori. E impallinata dall’ex capitano Moore nel tempio di Mansago, retrocede sul campo anche se dopo poche ore sarà salvata dalla penalizzazione per la corsa ad armi impari di Torino.
Si chiude tra i fischi di una salvezza triste una stagione folle, non solo per la retrocessione ma perchè è arrivata nel modo peggiore. La tentazione di dimenticarla sarebbe forte, ma sarebbe l’errore più grave. Perchè solo guardando in faccia il passato, si può pensare al futuro.




Pessimo anno, pessime scelte, raggiunto il fondo!!!