Dal 30 novembre al 9 dicembre la mostra “Talibé: discepoli di quale Dio” di Andrea Chimenti nell’atrio del Comune di Pistoia
Un’immagine vale più di mille parole. Lo pensava oltre quattordici secoli fa papa Gregorio Magno, riconoscendo nell’arte figurativa un fondamentale veicolo di cultura, ben più potente della scrittura. Sotto infinite forme, le immagini hanno contraddistinto il cammino dell’uomo, accompagnandolo fino ai giorni nostri.
Così la fotografia, tra le più giovani forme d’arte. In appena due secoli di vita, la fotografia ci ha regalato alcune delle immagini più iconiche della nostra storia recente, condensando in un unico scatto un ampio spettro di sensazioni.
“Talibé: discepoli di quale Dio”, la mostra fotografica di Andrea Chimenti allestita nell’atrio del Comune di Pistoia, è anche questo. Uno spaccato potente su un mondo apparentemente lontano dal nostro, ma che la globalizzazione e gli eventi recenti hanno reso estremamente vicino. Ricordandoci quanto sia piccolo il pianeta che abitiamo.
Poche iconiche immagini bastano a ricostruire la quotidianità dei talibé (letteralmente “discepolo di Dio”), giovanissimi studenti delle scuole coraniche del Senegal. Ragazzi sottratti per fame alle proprie famiglie, formati a una vita di studio e preghiera in condizioni di vera miseria, con l’unica speranza di diventare marabout (“insegnanti”) e portare avanti la tradizione delle scuole coraniche.
«Questo progetto è nato un po’ per caso lo scorso febbraio, quando un mio conoscente mi ha proposto di accompagnarlo in Senegal al seguito della onlus “Prati-Care” – ci rivela Andrea Chimenti, giovanissimo fotoreporter di vent’anni – Quasi senza speranza mi sono proposto come fotografo alla professoressa Annamaria Fantauzzi, docente di antropologia all’Università di Firenze e a capo della spedizione: quando mi ha messo a conoscenza della realtà dei talibé ho deciso di realizzare un reportage fotografico al riguardo».
Una volta in Africa, una panoramica reale sullo stato delle cose. «Con la onlus abbiamo trascorso sedici giorni nella città di Fatick, a contatto con la realtà dei talibé – ci spiega Chimenti – bambini giovanissimi, per la maggior parte machi, costretti a vivere – o a sopravvivere – in condizioni disumane all’interno delle daara, le scuole coraniche. Qui gli spazi sono sovraffollati e privi di servizi: decine di bambini vivono e dormono in pochi metri quadri, senza elettricità e acqua corrente. La loro formazione è affidata esclusivamente al Corano e la loro unica speranza è quella di diventare marabout, l’insegnate a capo della scuola: una figura semipadronale che sfrutta le elemosina e il cibo raccolti dai talibé nel corso della giornata».
Una realtà triste, ampiamente accettata dalla società senegalese, che Andrea Chimenti e la onlus “Prati-Care” stanno cercando di migliorare. «Come onlus il nostro compito era quello di portare assistenza a questi bambini, nel nostro centro e direttamente nelle daara – prosegue il giovane fotografo – Distribuivamo cibo e acqua, oltre a fornire medicazioni essenziali: molti avevano problemi ai piedi perché costantemente privi di calzature di ogni sorta; quasi tutti avevano fastidi agli occhi, legati alla forte presenza di sabbia nell’aria».
Fuori dalle daara, il Senegal: un paese dalle mille contraddizioni, in cui ricchezza e povertà convivono fianco a fianco senza incrociarsi mai. Realtà della quale noi occidentali siamo in buona parte responsabili. «Poco fuori Fatick, cittadina di 25 mila anime, sorge il complesso residenziale del presidente Macky Sall e dei suoi più stretti collaboratori – ci racconta Chimenti – una struttura decisamente sovradimensionata rispetto allo standard abitativo di Fatick, costituita principalmente di casa-baracche. Un divario sociale piuttosto evidente, generato e in un certo senso sostenuto dai paesi occidentali, in particolare dalla Francia, che ancora oggi riveste un ruolo decisivo in Senegal, condizionandone la vita politica ed economica».
Un disagio sociale che, in Senegal come in altri paesi dell’Africa subsahariana, ha spinto tanti giovani a partire e a tentare la sorte in Europa. Movimenti migratori che hanno scosso la coscienza dell’intero Occidente, mettendone a nudo le responsabilità. «Se queste persone abbandonano l’Africa significa che, nei loro paesi, esiste un grosso problema strutturale – prosegue il giovane fotografo – generato dalla forte dipendenza che questi paesi hanno sviluppato nei confronti dell’Occidente. Come europei, dovremmo prima di tutto liberare il continente africano dalla nostra influenza e poi accettare queste persone per quello che sono: persone come noi, libere di spostarsi. D’altronde – conclude – se queste persone affrontano prove fuori dall’umano per raggiungere l’Europa significa che hanno visto e vissuto situazioni fuori dall’umano».


