Al campino di Cireglio e poi nelle giovanili della Maltinti Pistoia, Kobe Bryant ha iniziato a giocare. «Un ragazzino inarrestabile, ma qua era felice» ricorda un’amica
La mattina di lunedì 27 gennaio – a una notte di distanza da quando si è appreso della scomparsa di Kobe Bryant – a Cireglio c’è la nebbia. La stessa nebbia che avvolgeva la collina di Calabasas, in California, dove è caduto e ha preso fuoco l’aereo su cui viaggiava la leggenda del basket, insieme alla figlia di 13 anni, Gianna Maria, e altre sette persone.
Nel piccolo paese della Montagna Pistoiese i Bryant hanno vissuto le stagioni sportive dal 1987 al 1989. La famiglia – il piccolo Kobe, le due sorelle e la madre Pamela – al seguito di papà Joe, l’americano ingaggiato dalla Maltinti Pistoia per il campionato di A2 insieme a Leon Douglas che riceve le chiavi di una bella villa in via di Ciriceto 49.
Tutti volevano bene al piccolo Kobe, un bambino sorridente e vivace, scherzoso, che al campino da basket non aveva paura di sfidare nessuno, nemmeno i ragazzi più grandi. Del resto, era abituato: classe ’78, nelle giovanili dell’allora Maltinti Pistoia giocava con i ’77 e i ’76.
IL VIDEO DI UNA PARTITA DEL PICCOLO KOBE A PISTOIA
L’ex Los Angeles Lakers non ha mai fatto mistero del suo amore per l’Italia, dove ha vissuto tra i 7 e i 13 anni (Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia) e dove ha imparato i fondamentali dello sport in cui è diventato uno dei più forti di sempre. Ecco perché il giorno di San Jacopo del 2013, durante le vacanze in Italia, ha deciso di tornare a Cireglio per un saluto agli amici di un tempo e una visita ai bar del paese.
Ha suonato anche il campanello della famiglia Pierattini. Gli ha aperto Alessia, che con Kobe è sempre rimasta in contatto e che con commozione ci racconta la vita in paese del piccolo campione. «Qua è stato felice – esordisce – aveva un gran desiderio di far conoscere alle figlie la realtà che ha vissuto a Cireglio». Purtroppo una delle quattro bambine (tutte con nomi italiani), Gianna Maria, è tra le nove vittime dell’incidente in elicottero

«Una realtà di paese, in cui si usciva di casa dopo pranzo e rimanevamo fuori tutto il giorno. A volte – prosegue – Kobe non tornava nemmeno a casa, ma rimaneva a cena da noi. Mia mamma chiamava la sua ed era fatta». «Ha fatto la comunione con mio fratello, hanno la stessa età (41, ndr) abbiamo fatto il pranzo insieme: eravamo amici» ricorda la donna. «Finita la scuola il ritrovo era al campetto da basket: quando è tornato a Cireglio c’è rimasto molto male per le brutte condizioni in cui era ridotto (sopra la foto). Per fortuna un’associazione locale ha rimesso i canestri».
«Da piccolo era tremendo, inarrestabile, giocava a palla a canestro con quelli più grandi di lui senza problemi» continua la descrizione.

Solo quelli con una vista perfetta lo leggeranno, ma sul cartello della celebre foto di Bryant a Cireglio, qualcuno ha inciso questa scritta: “Kobe, per quando torni l’ho messo più alto”.
Nello scatto della stella NBA (in basso) il cartello è più basso di com’è oggi, nonostante la stazza di Kobe. Dopo il suo ritorno a Cireglio è stato rialzato da un abitante del paese. Altra piccola, ma significativa, testimonianza di quanto sia rimasto nel cuore di chi lo ha conosciuto.

«Non penso alla star che è diventata – va avanti l’amica d’infanzia Alessia Pierattini – per me è una tragedia per la persona e l’amico che era. Anche quando quella mattina del 2013, alla sette, è venuto a suonarmi il campanello ho visto il volto del bambino che conoscevo e non il campione».
«Sono sempre rimasta in contatto con lui tramite email – conclude Alessia – l’ultima volta che l’ho sentito è stato per la morte di Roberto Maltinti».



