I ricordi di Daniele Allori: «Ventura e D’Arrigo i miei maestri»

Daniele Allori, attuale mister della Lanciotto, ripercorre le principali tappe della sua carriera: la stagione a Pistoia e il famoso Pontendera-Italia 2-1

Un passato di spessore, un presente di attesa e un futuro da decifrare. Daniele Allori, attuale allenatore della Lanciotto a Campi Bisenzio, si è soffermato con noi sui momenti importanti del suo percorso calcistico. Lo sguardo sul presente racconta di una Lanciotto in piena lotta salvezza nel Girone A di Promozione, dove Larcianese e Quarrata sono tra le avversarie più pericolose. Quello sul futuro suggerisce più di un dubbio, visto che il Coronavirus scompiglierà tanti piani nel mondo dei dilettanti e non solo.

Infine, quello sul passato da difensore centrale parla di tanti bei ricordi: il primo è legato alla stagione 1991-92 con la Pistoiese guidata da Giampiero Ventura, giunta quinta in C2 (e che l’anno dopo conquisterà la promozione). Un’esperienza che Allori chiuse col ritorno alla Sestese in serie D, dove ad aspettarlo c’era Francesco D’Arrigo. L’allenatore lucchese darà una svolta alla sua carriera e gli porterà i ricordi più belli. Con la Sestese i due arrivarono secondi, ma sarà nella stagione successiva, a Pontedera, che arriverà la storia. D’Arrigo, Allori e compagni infatti conquistarono la C1 ma soprattutto un posto nella leggenda del calcio dilettantistico.

Il 6 aprile 1994 D’Arrigo e i suoi furono chiamati a Coverciano per un’amichevole con la Nazionale guidata da Arrigo Sacchi, il quale riteneva il Pontedera un test importante per preparare i Mondiali. D’Arrigo era infatti fra i pochi allenatori che giocava col rombo a centrocampo, sistema che avrebbero usato Norvegia e Messico nel torneo statunitense. Doveva essere una semplice amichevole ma alla fine quel test divenne un pezzo di storia. Chi credeva che i vari Baggio, Signori, Baresi, Maldini e Donadoni avrebbero dilagato rimase di stucco al fischio finale: il Pontedera vinse 2-1 e mise in seria difficoltà Sacchi, subito bersagliato da tutta la stampa.

Una figuraccia che però fece bene all’Italia, che ai Mondiali in USA, nonostante un inizio stentato, cadde solo ai rigori nella finale col Brasile di Romario e Bebeto. Per il Pontedera del 1994 invece quel 6 aprile fu una giornata storica, che ancora oggi mette i brividi ai propri giocatori come lo stesso Allori. Ma di tutto questo è bene che ce ne parli lui in persona.

Buonasera mister, partiamo da questo presente senza calcio giocato. La quarantena procede bene? Come avete organizzato gli allenamenti?

«Per il momento ci stiamo tenendo in forma con degli esercizi da casa che mi ha suggerito un mio giocatore. Lui è un personal trainer di professione, quindi mi ha aiutato molto a stilare una lista degli allenamenti. Il primo obiettivo è comunque quello di non ingrassare eccessivamente e di mantenere una discreta forma. Senza poter uscire di casa chiaramente i miei ragazzi fanno quello che possono».

Secondo te questa stagione sarà ripresa o preferiresti rimandare tutto all’autunno?

«Mi auguro che non si riprenda presto sinceramente. Ad ora non mi sembra che ci siano le prerogative per ripartire subito. Come facciamo, in campo dilettantistico, ad assicurare un rischio vicino allo zero? Davvero riusciremmo a controllare chiunque acceda ad un impianto? Persino in Serie A non sono sicuri al 100%… Secondo me stanno prendendo tempo perché temono una valanga di ricorsi per le eventuali promozioni o retrocessioni».

La Lanciotto su questo punto di vista potrebbe temere qualcosa?

«Con la classifica così corta penso che non ci siano problemi. Potevamo persino uscire dai playout con un paio di vittorie. Potessi decidere io fermerei le retrocessioni e farei degli spareggi per le promozioni. Con un paio di turni infrasettimanali non sarebbe un grosso guaio avere delle squadre in più in ciascun girone».

E se invece ci fosse la ripartenza chi temeresti di più nella lotta alla salvezza?

«Mah, io penso che ce la possiamo giocare con tutte: in trasferta abbiamo fatto tanti punti e paghiamo il fatto di giocare in casa su un terreno di gioco pessimo. Poi se dovessi indicare qualche squadra direi il Quarrata Olimpia e la Larcianese. L’Olimpia ha dei ragazzi forti e Agostiniani in panchina è una sicurezza. La Larcianese ha avuto un’annata storta e sinceramente non capisco come mai sia lì. E inoltre starei attento anche al Maliseti che se non avesse avuto Fabbri avrebbe rischiato tanto. Sta davvero facendo dei miracoli Francesco in quella situazione».

Quanto ti preoccupa il futuro dei dilettanti? Questa potrebbe essere una svolta per ricostruire dalle ceneri come un’ideale fenice?

«Sicuramente la prossima stagione sarà uno stand-by. Molte squadre, senza il guadagno delle cene per i tornei giovanili, faranno il campionato con un budget risicato. Quindi penso che si giocherà quasi esclusivamente per riaccendere la passione sportiva, senza stare a guardare il rimborso spesa. Fare piani con queste vacche magre non permette di guardare troppo in là, però almeno torneremo a riscoprire il valore puro di fare sport per passione e non per soldi».

A proposito di passione: oggi (21 aprile, ndr) la Pistoiese compie 99 anni. Che ricordi hai di quell’unica stagione in arancione?

«Eravamo un gruppo molto competitivo. Non è un caso che tanti abbiano giocato ad alti livelli: Dal Moro ad esempio ha giocato in Serie A, con la Roma, così come Nardi che si è visto anche in B. Bellini poi si è costruito una carriera a Pistoia ed è rimasto anche con la promozione nella serie cadetta. Tuttora mi sento spesso con lui, per me è come un fratello. E ho mantenuto ottimi rapporti anche con Nardi, Cariddi, Campioli e Gutili che ora allena la Sestese. Poi avevamo un grande maestro come Giampiero Ventura…».

Immagino che deve essere stata un’esperienza importante vederlo allenare…

«Sì, perché già allora era avanti coi tempi col suo 3-5-2 e i suoi metodi. Purtroppo ha avuto sfortuna in nazionale, ma chi lo conosce sa che è un grande professionista e io lo posso confermare. Quell’anno con lui mi è servito tanto per la mia odierna carriera da mister. Peccato solo che non centrammo la promozione».

L’anno dopo però la C1 fu conquistata, ma te decidesti di tornare a Sesto…

«Mi dispiacque stracciare il contratto con Maltinti, però D’Arrigo mi voleva a tutti i costi. Era sicuro che in D avremmo vinto il campionato e infatti ci arrivammo molto vicini. Poi l’anno dopo lui fu chiamato al Pontedera in C2 e convinse me e tanti ragazzi a seguirlo. Tra questi c’erano Rocchini e Cecchi che oggi sono assistenti di Inzaghi alla Lazio».

Un Pontedera che alla fine conquistò la promozione ma soprattutto batté clamorosamente l’Italia in un test a Coverciano prima dei Mondiali di Usa ’94. Quanti aneddoti potresti raccontarci di quel giorno?

«Tantissimi. Il primo è sicuramente legato all’assegnazione delle marcature. Quando D’Arrigo mi disse che dovevo stare attento a Maldini sui calci d’angolo mi scappò da ridere. E tanti altri fecero lo stesso. Passare dalla C2 a marcare Baggio, Signori, Donadoni e altri ci sembrava un sogno. Invece iniziammo e dopo pochi minuti ci rendemmo conto di averli in pugno. Dopo nemmeno mezz’ora eravamo 2-0 con reti di Rossi e Aglietti e loro erano attoniti. Sbagliammo pure diverse occasioni per il 3-0. Andammo in piena difficoltà solo nell’ultimo quarto d’ora perché avevamo finito il fiato».

Tra l’altro Collina, arbitro di quel match, concesse un recupero esorbitante su pressione di Sacchi…

«Esatto, eravamo convinti che avremmo finito solo se avessero pareggiato. Poi altra cosa: nel secondo tempo entrò Massaro che ci fece vedere i sorci verdi più di tutti, e non a caso segnò il 2-1. Ad un certo punto fece partire un missile imparabile e prese la traversa, ma la palla rimbalzò del tutto fuori dalla linea di porta. Eppure Sacchi gridò al gol e protestò tantissimo, ma lo fece perché aveva una paura matta delle reazioni nel post gara che poi arrivarono: fu massacrato. Però tutto sommato la batosta che gli demmo la prese come un insegnamento prezioso. Per noi aver battuto una squadra del genere resterà sempre un bel ricordo».

Ultimissima domanda, secondo te un’impresa come quella si potrà rivedere? Oppure il livello tra una nazionale e una squadra di Lega Pro è ormai troppo ampio?

«Per me il livello dell’odierna Lega Pro è calato troppo per riavere una storia come quella. In quella Serie C l’età media era sui 27-28 anni e tanti ragazzi avevano già avuto molte esperienze in B o in A. Oggi invece tante squadre sono sotto i 25 anni e hanno in prestito i ragazzi dalle primavere delle grandi società. Ovviamente non dico che siano meno forti, ma semplicemente che sono più acerbi rispetto a noi in quel 1994. Io avevo 29 anni e avevo già un bel bagaglio di partite. Drago addirittura era più vecchio e aveva giocato pure in Serie A. È molto difficile compiere una simile impresa senza la giusta esperienza».

Edoardo Gori
Edoardo Gori
Classe '93, laureato in scienze politiche, studi in comunicazione. Appassionato di sport fin dalla tenera età. Tra le discipline più seguite i motori, il ciclismo e ovviamente il calcio.

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