Cento anni fa nasceva Zeno Colò, il primo campionissimo dello sci italiano che per la guerra e una partnership vinse meno di quanto meritasse
Solo i compleanni delle grandi leggende entrano nella lista delle ricorrenze che nessuno deve scordare. Se poi quest’anno c’è da celebrare un centenario, allora tanto vale istituire un vero e proprio Natale dell’Abetone. Il 30 giugno 1920, precisamente a La Consuma di Cutigliano, vide la luce il primo campionissimo dello sci italiano: Zeno Colò.
Primogenito di Teresa Rubechi e Alfredo, Zeno non crebbe in condizioni economiche facili. Fin da piccolo diede una mano al padre boscaiolo, che proprio sfruttando le sue abilità gli produsse i primi sci della sua vita. Fu con quelle piccole tavole di legno che il giovane Zeno imparò a destreggiarsi tra i boschi della zona per aiutare la famiglia a campare. Quell’umile professione fu perfetta per far sbocciare il suo talento e per temprare il suo fisico. Quando poi l’Abetone cominciò negli anni ’30 ad imporsi tra le mete turistiche dell’Appennino e non solo, Colò era già pronto per diventare uno dei suoi ambasciatori.
Zeno ebbe solo una sfortuna: dopo i primi titoli juniores e l’ingresso nella Scuola centrale militare di alpinismo di Aosta nel 1940, giunse la guerra. Il secondo conflitto mondiale gli tolse molti anni della propria carriera, che lui comunque proseguì ufficiosamente vincendo tante competizioni militari. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Colò e i suoi compagni del Nucleo pattuglie sci-veloci alpine capitanato da Massimo Gagnoli dovettero scappare in Svizzera. Sapevano che non avrebbero potuto nulla contro i tedeschi, perciò un periodo d’internamento nel paese elvetico era l’unica soluzione possibile. Solo con la fine del conflitto Zeno riuscì a rientrate nella sua amata Toscana, dove finalmente tornò a volare sugli sci.
Nell’inverno del 1947 la sua carriera prese definitivamente la via della leggenda. Vinse la discesa libera nel trofeo Kandahar, l’antenato della Coppa del Mondo che nacque solo nel 1966, e il 9 maggio divenne lo sciatore più rapido di sempre. A Cortina infatti Colò, tra i capostipiti dello stile “a uovo”, terminò la prova del chilometro lanciato alla velocità media record di 159,2 km/h. Il precedente record di Leo Gasperl era di 130 km/h e durava da 16 anni (a Zeno il record rimase per 17). Un’impresa resa ancor più leggendaria dall’attrezzatura con cui affrontò la prova: sci di legno, un paio di occhiali rudimentali e un berretto (il casco era fantascienza a quei tempi).
Nel 1950, per vendicare la sfortunata Olimpiade di Saint Moritz 1948, giunse anche la gloria internazionale. Ad Aspen, USA, Zeno divenne il dominatore dei primi Mondiali di sci alpino post guerra: due ori e un argento. Ormai era considerato il più grande sciatore del tempo e le Olimpiadi di Oslo 1952 dovevano essere la sua consacrazione. Ma quei Giochi partirono male: Colò si classificò solo quarto in gigante, per pochi decimi fuori dal podio. Pareva che i Cinque Cerchi fossero destinati a diventare la sua maledizione. Pochi giorni dopo, in discesa libera, la paura passò: vinse e agli avversari non lasciò nemmeno le briciole. Dopo lui, in Italia soltanto Sofia Goggia, due anni fa, è riuscita a portare a casa un oro nella disciplina più veloce dello sci alpino.
Zeno ottenne la sua consacrazione e poté tornare all’Abetone da eroe. Staccò per un anno dallo sci e, mentre ricaricava pile e motivazioni per il triennio 1954-56, decise di arrotondare i suoi modesti guadagni firmando un modello di scarponi e una giacca per un paio di aziende. Al tempo però il professionismo per gareggiare era come una bestemmia in chiesa e, seppur Zeno quella blasfemia l’avesse sussurrata, la sua carriera si fermò di colpo. La FISI, per non mettere in cattiva luce il CONI che aveva ottenuto le Olimpiadi 1956 a Cortina ed era ad un passo da Roma 1960, lo squalificò.
Colò proseguì a fare scorta di medaglie e trofei in campo nazionale, ma in campo internazionale dovette accontentarsi di stare dietro il palcoscenico. Ai mondiali di Åre, Svezia, nel 1954 poté fare solo da apripista in discesa: staccò il secondo tempo assoluto. Ai Giochi di Cortina la FISI tentò di farsi perdonare nominandolo tedoforo principale, ma per Zeno oramai i giorni di gloria erano finiti. Fu reintegrato solo nel 1989, quando gli sci li usava solo per insegnare sulle nevi dell’Abetone, dove aveva disegnato ben tre piste. Se la località pistoiese è quella che è, tanto lo deve a lui, che quelle nevi non le ha mai abbandonate.
Gli sci li appese al chiodo solo nel 1993, ma non per sua volontà: il 12 maggio un tumore polmonare lo portò via. Aveva pagato l’unico suo grande vizio, il fumo, ma per il resto era tutto ciò che dovrebbe essere una leggenda. Al suo funerale presenziò anche l’unico sciatore degli Appennini che per palmarès e fama può dire di essere stato almeno al suo livello: Alberto Tomba.
Zeno, per colpa della guerra e dell’ipocrisia di quei tempi, non vinse quanto realmente meritava, ma per tanto tempo è stato l’unico grande interprete della discesa libera in Italia. Infatti Thoeni, Gros e Tomba sono sempre stati specialisti delle discipline tecniche. Per la velocità l’Italia ha dovuto aspettare gli anni ‘90 con i primi sussulti di Ghedina e poi l’esplosione della generazione d’oro di Heel, Fill, Innerhofer e Paris. Ma, tolta la già citata Goggia, nessuno oltre a lui ha vinto un oro olimpico in discesa libera. Ecco come mai oggi, per l’Abetone e tutto lo sci, è come se fosse Natale.



