L’ex capitano biancorosso ripercorre l’atmosfera delle sue sfide con Montecatini, dai ricordi dello spogliatoio al rapporto con la città: «È come se a Pistoia ci fossi nato»
A Pistoia, nel tempo, di figure memorabili per la pallacanestro ne sono transitate molte, ma pochi rimangono nei ricordi dei tifosi come Fiorello Toppo. Giunto a Pistoia da giovanissimo nel 2002, e tornato nuovamente nel 2005, è riuscito a diventare cardine (e poi anche capitano) della compagine biancorossa, culminando la sua carriera nella squadra di via Fermi con la vittoria del campionato dell’allora LegaDue e la conseguente promozione in Serie A1 nel 2013. Ma Toppo, a Pistoia, non ci ha solamente giocato. Il giocatore nativo di Asmara infatti ha ben presto scelto la città toscana come sua casa. Ad oggi nell’organigramma del Dany Basket Quarrata, in qualità di direttore commerciale, abbiamo avuto l’opportunità di sentirlo ai nostri microfoni, sia sulla sua esperienza a Pistoia che sull’emozione di aver giocato il derby tra Pistoia e Montecatini, che ritornerà in scena questa domenica alle ore 20:45, presso il Palaterme, tra La T Tecnica Gema e la Lumos.
Per Fiorello Toppo, il derby tra Pistoia e Montecatini riporta alla mente una squadra che cresceva insieme al proprio pubblico. L’ex capitano biancorosso ha infatti vissuto dal parquet quello che, almeno fino a domenica 8 novembre, resta l’ultimo atto della rivalità, ormai 18 anni or sono. Un gruppo unito quello della stagione 2007/08, con tanti protagonisti della promozione dalla Serie B, chiamato a dimostrare di poter restare nella categoria superiore. La gara d’andata si disputò il 16 dicembre 2007, al PalaFermi, con la Carmatic Pistoia ad aggiudicarsi la contesa per 82-70. Ben diverso fu invece l’epilogo del ritorno, in scena il 6 aprile 2008 al PalaTerme: con Pistoia avanti 57-43, a un minuto dalla fine del terzo quarto, il lancio di oggetti in campo costrinse gli arbitri a sospendere la partita. Il successo venne poi assegnato a tavolino ai biancorossi per 20-0. Sei anni prima, nella stagione 2002/03, Toppo scese in campo per i due derby anche nella sua annata d’esordio a Pistoia. Allora le due sfide si disputarono in B d’Eccellenza e Montecatini si impose tanto all’andata quanto al ritorno, contro un allora 22enne Toppo e i suoi compagni.
Sugli spalti, durante la sua seconda e lunga esperienza, prendeva nel frattempo forma un entusiasmo che arrivava fino allo spogliatoio. Il ritorno della sfida offre all’ex capitano biancorosso l’occasione per ripercorrere quegli anni e il rapporto costruito con Pistoia. Un legame che ha accompagnato la sua carriera e che, nel tempo, è diventato anche familiare: «È come se ci fossi nato».
UN ENTUSIAMO CHE PASSAVA DAGLI SPALTI AL CAMPO
Ripensando alla stagione 2007/08, Toppo ricorda soprattutto una fase di crescita per il basket pistoiese. La squadra cercava di affermarsi e il pubblico viveva con partecipazione il percorso intrapreso: «Si stava formando un movimento di tifo nuovo e sano, con un entusiasmo contagioso. Sugli spalti si sentiva una grande energia: c’era voglia di restare in quella categoria, affermarsi e crescere».
Una spinta che trovava corrispondenza nelle motivazioni dei giocatori. Molti arrivavano dalla Serie B e affrontavano la nuova esperienza con il desiderio di dimostrare il proprio valore. Il rapporto con i tifosi contribuiva ad alimentare quella voglia. «Era un contagio reciproco: noi volevamo dimostrare di poter stare in A2, il pubblico si godeva la promozione conquistata e aveva voglia di divertirsi».
Anche l’attesa del derby entrava nella quotidianità della squadra. Bastava una passeggiata in città per incontrare qualcuno pronto a ricordare l’importanza della partita. Per Toppo, quelle attenzioni diventavano uno stimolo: «La pressione la sentivamo, ma arrivava in maniera positiva. Per me non era una un qualcosa che pesava: era una partita che avevi piacere di preparare al meglio. Anche quando giravi per Pistoia c’era chi ti fermava e ti parlava del derby, ma questo ti dava energia e ti aiutava a tirarla fuori ancora di più.».
AMICI, OLTRE CHE COMPAGNI DI SQUADRA
Nel ricordo della vittoria contro Montecatini, il campo si intreccia con i rapporti personali. Ne scaturisce la descrizione di una squadra costruita su legami già solidi, rafforzati dalle esperienze condivise nelle stagioni precedenti: «Eravamo una squadra molto unita e costruita bene. In quel gruppo c’erano tanti giocatori che venivano dalla Serie B e avevano legami forti, anche fuori dal campo».
Un pensiero va anche ai giocatori d’oltreoceano, che furono suoi compagni di squadra in quel successo: «Si erano aggiunti due ragazzi americani eccezionali (Boo Davis e Elton Tyler, ndr), che si integrarono benissimo e si sentirono subito parte del gruppo. La preparazione, la partita e poi la vittoria furono una festa nello spogliatoio e anche dopo. Eravamo un gruppo di amici che giocavano insieme».
IL CONSIGLIO A CHI SCENDE IN CAMPO
A chi si prepara ad affrontare per la prima volta una sfida del genere, l’ex capitano suggerisce di curare il lavoro settimanale e arrivare in campo con le idee chiare. Poi, però, invita a vivere fino in fondo l’esperienza: «Gli direi di prepararsi bene durante la settimana, per arrivare alla partita il più competitivo possibile e sapere con sicurezza che cosa fare dal punto di vista tecnico e pratico. Poi gli direi soprattutto di godersela: è un evento unico, che pochi hanno la fortuna di vivere. Derby così belli in Italia ce ne sono pochi».
Un invito che si accompagna alla consapevolezza di quanto la partita rappresenti per entrambe le piazze. «Ci vuole impegno e bisogna affrontare la gara nel modo migliore, ma anche divertirsi. Sono sicuro che i giocatori di entrambe le squadre conoscano l’importanza della partita per tutto l’ambiente».
UN’OCCASIONE PER TUTTO IL TERRITORIO
Il ritorno del derby apre anche una riflessione sul futuro della pallacanestro locale. Per Toppo, oggi come detto legato alla realtà del Dany Basket Quarrata, la vicinanza tra società può diventare un’opportunità per costruire percorsi di crescita. «Noi vogliamo essere una realtà di sostegno per Pistoia e per le altre società che considerano interessante il nostro progetto: un luogo in cui i giovani promettenti possano fare esperienza e poi ambire a giocare in piazze importanti. Questo legame tra le società del territorio è una cosa molto positiva».
In questa prospettiva, la Lumos Pistoia può assumere un ruolo centrale nel collegare le diverse realtà. L’obiettivo è dare continuità al percorso dei ragazzi e promuovere il basket a più livelli, valorizzando le opportunità presenti a pochi chilometri di distanza: «Abbiamo la fortuna di avere squadre come Pistoia, Montecatini e Quarrata. Dovremmo far diventare questo territorio una realtà riconosciuta a livello italiano».
«A PISTOIA HO VISSUTO LE FASI DI MAGGIOR IMPORTANZA DELLA MIA VITA»
Quando il discorso passa dalla pallacanestro alla città, il racconto di Toppo diventa personale. Arrivato da ragazzo, a Pistoia ha attraversato le tappe della crescita sportiva e della vita adulta: «È come se fossi nato a Pistoia. Quando sono arrivato ero un ragazzo di vent’anni, ventuno al massimo, con poche esperienze alle spalle e tante cose da vivere. Qui sono maturato: ho vissuto la giovinezza con la spensieratezza e il desiderio di divertirmi. Ho conosciuto tanti amici e tante persone che mi hanno accompagnato nel percorso. Qui ho incontrato mia moglie e ho avuto una bambina: ho vissuto a Pistoia una delle fasi più importanti della vita. Per questo dico che è come se ci fossi nato».
Ai traguardi sul campo si affiancano così amicizie e rapporti rimasti nel tempo. Nel suo racconto trovano spazio i compagni delle stagioni in Serie B, Matteo Bertolazzi e il presidente “Robertone” (Roberto Maltinti, ndr), insomma persone che hanno contribuito a trasformare una tappa della carriera in una scelta di vita. «Ho avuto la fortuna di far parte di gruppi meravigliosi. Uno che ricordo sempre è quello con Matteo Bertolazzi, ma ce ne sarebbero molti altri, soprattutto tra i compagni della Serie B con cui abbiamo condiviso momenti unici. Ho avuto anche la fortuna di avere un presidente come “Robertone”. Si è creato un rapporto umano, prima ancora che sportivo, con questa città». Pistoia, spiega, conserva una dimensione che gli ricorda quella di un quartiere di Roma: una comunità in cui ci si conosce e si trova ancora il tempo per fermarsi a parlare. «C’è un ritmo che permette di coltivare i rapporti. Per me questa umanità è fondamentale».

