Pistoia, Wilquin (GM Mons) racconta Moore: «Scorer naturale. A1 tappa ideale»

Thierry Wilquin, GM di Mons-Hainaut, ha fornito un profilo accurato su Charlie Moore, ultimo arrivo a Pistoia: «Difficile difendere su di lui»

L’ultimo colpo in ordine cronologico di Estra Pistoia sul mercato stranieri è stato il play Charlie Moore. Annunciato ufficialmente venerdì mattina, il prossimo “cervello” della formazione di Nicola Brienza sarà dunque il nativo di Chicago. Nella sua ultima stagione il classe 1998 ha militato tra il Belfius Mons-Hainaut in Belgio, fino a febbraio, e il FMP Belgrado in Serbia, in un climax ascendente nel quoziente competitività.

Per approfondire il profilo tecnico e personale di Moore abbiamo contattato telefonicamente Thierry Wilquin, general manager del club belga nonché colui che ha difatti offerto a Moore la prima chance di mettersi in mostra in Europa.

UNA LEGGENDA DEL MONS

La carriera professionale di Thierry Wilquin è incastonata di diritto nella storia del Mons-Hainaut. Il manager belga classe 1965 ha infatti legato il proprio nome a quello del club fiammingo per la bellezza di 33 anni. Insegnante di lingue, si avvicinò al basket per passione entrando al Mons nel lontano 1990 e divenendone ormai una leggenda vivente.

Da allora sono tanti i cestisti passati sotto la sua ala, in un ruolo nel corso degli anni divenuto appunto sempre più manageriale. Durante l’estate scorsa, tra i colpi a segno nel mercato ci fu proprio il playmaker statunitense Charlie Moore, che al Mons ha fatto registrare la sua stagione da rookie nel nostro continente.

«Decidemmo di firmarlo nonostante fosse un rookie perché il coach aveva belle sensazioni su di lui – ha spiegato Wilquin -. Credo specialmente per un playmaker non sia facile la prima stagione in Europa. Pensavamo avesse le qualità giuste per poter aiutare la squadra e difatti è ciò che ha fatto durante la sua esperienza qua».

IL PROFILO TECNICO E FISICO DI MOORE

Qualità che corrispondono alle sue spiccate doti offensive e con un modo di stare sul parquet perfettamente conforme al basket giocato in Europa. «Ha una capacità naturale nel realizzare canestri – ha affermato il GM belga -. È in grado di segnare molto ma è anche un ottimo passatore. Credo l’Europa sia il posto giusto per lui per potersi migliorare sempre di più. A mio avviso il suo stile di gioco è molto europeo, profondamente diverso rispetto a quello giocato in NCAA. Stagione dopo stagione acquisirà sempre più maturità e potrà diventare un play davvero importante a livello continentale».

Proseguendo nella descrizione tecnica di Moore, Wilquin ha elogiato in particolare le caratteristiche riguardanti i fondamentali di tiro e passaggio, entrambe facilitate da una mano educatissima. «Sicuramente ha un bel tocco e ciò gli permette di essere un ottimo tiratore e passatore. Ha grandi capacità nel tiro da 3, anche ad ampio raggio, ed ha eccellente visione di gioco, tanto da riuscire spesso a trovare l’assist vincente. Per queste due qualità diventa davvero difficile difendere su di lui poiché può sia tirare da fuori, che attaccare il ferro o servire il compagno libero. È un giocatore che ama molto tenere la palla in mano, credo proprio per questa sua tendenza naturale nel segnare canestri».

Le sue strepitose qualità da realizzatore lo hanno portato in carriera a giocare anche nel ruolo di guardia, diventando a tutti gli effetti quello che negli USA chiamano combo guard. Nonostante questa sua duttilità, per il GM di Mons il play continua ad essere il ruolo perfetto per lui. «È un gran tiratore quindi può tranquillamente giocare anche da 2 ma da guardia tiratrice uscirebbero fuori maggiormente le sue difficoltà fisiche e non sarebbe altrettanto efficace come da play – ha ammesso -. Ovviamente tutto dipenderà dal sistema in cui l’allenatore lo metterà e come vorrà utilizzarlo, oltre che dal tipo di giocatore che si troverà affianco in campo».

Wilquin ha poi spostato il focus sulle sue caratteristiche morfologiche, inferiori alle tecniche ma non per questo da sottovalutare. «Non ha abilità fisiche ed atletiche straordinarie – ha proseguito – ma non si può certo dire sia lento. A volte dà quasi l’impressione di esserlo ma in realtà possiede un gran primo passo con il quale è spesso in grado di battere l’avversario nell’1vs1 in attacco».

CARATTERE E CRESCITA

Detto del Moore giocatore, il general manager belga ha poi raccontato di Moore a livello personale. Nonostante i soli 6 mesi trascorsi in Belgio, Wilquin ha comunque potuto conoscere da vicino il play di Chicago notandone pregi e difetti caratteriali. «Non abbiamo mai avuto problemi con lui fuori dal parquet – ha detto -. È una persona molto tranquilla e corretta. Per quanto riguarda il campo invece l’unico appunto credo sia il fatto che non abbia il carattere da leader naturale, o almeno ancora non lo si può definire come tale. Magari è un qualcosa che può migliorare con il tempo ma potrebbe anche non far parte della sua personalità».

Quello della leadership diventa così una delle caselle da dover ancora riempire nel suo percorso di crescita, assieme in particolare alla costanza di rendimento. Pur avendo fatto registrare ottime medie nel suo periodo al Mons (16.6 punti e 5.1 assist di media), secondo Wilquin, Moore dovrà compiere un ulteriore step in termini di “consistency per affermarsi a livelli più elevati.

«Sicuramente avrà bisogno di trovare maggiore continuità, di mantenere un livello alto per più minuti – ha spiegato -. L’anno scorso con noi a volte gli è mancata ma penso fosse normale considerando che si trattava del suo primo anno in Europa. Penso abbia imparato molto dallo scorso anno, infatti una delle sue qualità è proprio quella di ascoltare molto le indicazioni e gli insegnamenti del coach. Un’altra cosa in cui sicuramente può migliorare è la difesa. Non credo potrà mai diventare un difensore incredibile, soprattutto perché non ha le caratteristiche atletiche per esserlo, ma con la sua intelligenza potrà senz’altro adattarsi ancor di più agli standard difensivi richiesti in Europa».

ITALIA TAPPA IDEALE

Proseguendo a parlare del suo percorso durante lo scorso anno, Wilquin ha candidamente ammesso come l’Italia e il suo campionato possano essere la meta ideale per Moore e la sua crescita. Dopo «il naturale step in avanti» di febbraio – così il manager ha definito il trasferimento in Serbia – il prossimo passo corretto potrebbe essere proprio nel nostro Paese.

«La sua maturazione cestistica è cresciuta partita dopo partita nella sua stagione da rookie – ha affermato -. Non è giovane in senso assoluto ma lo è per un giocatore uscito da un college degli States. Arriverà in Italia come un giocatore molto migliorato da quest’annata e sono convinto che l’A1 sia il campionato adatto al suo modo di giocare. Ovviamente parliamo di un campionato, quello italiano, più competitivo da un punto di vista fisico e atletico rispetto al nostro. Allo stesso modo però credo che ci siano altri tornei più complicati fisicamente, penso ad esempio alla Francia. Per questo penso che per lui l’Italia possa rappresentare una giusta tappa per crescere ancora».

DIFFICOLTÀ EUROPEE…

Prima dei saluti, Thierry Wilquin ha condiviso con noi anche un simpatico aneddoto riguardo i primi passi da “cittadino europeo” di Charlie Moore. Tra le nuove sfide più complicate da affrontare veleggia ai primi posti della classifica un modo di guidare l’auto del tutto diverso.

«Quando arrivò qui in Belgio lo scorso agosto la cosa più difficile per lui fu abituarsi al cambio manuale dell’auto. Inizialmente ebbe molti problemi… (ride, ndr). Ci chiese di avere una macchina con il cambio automatico ma non ne avevamo. Gli dissi di non preoccuparsi perché come qualsiasi altro ragazzo statunitense passato da qua negli ultimi 25 anni avrebbe imparato ad utilizzarlo nel giro di 5-6 giorni. Ricordo di un giorno in cui ero dietro di lui con la mia auto ed ebbi paura ad averlo lì davanti… Pensai, chissà cosa succederà adesso… Alla fine durante la sua permanenza qui in Belgio ha avuto solo un piccolissimo incidente i primi tempi alla guida ma credo che ormai abbia imparato. È stato uno dei primi passi nell’abituarsi al modo di vivere europeo».

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